Grecia: vittoria di Pirro. Lasciare l’euro sarebbe il male minore

13 Marzo 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Lo stato d’animo dei greci e’ cambiato, se possibile in peggio, negli ultimi mesi. Tutti hanno storie cariche di dolore e sfiducia nel futuro da raccontare. Le misure di lacrime e sangue imposte dal governo e dalle autorita’ europee stanno iniziando ad avere i primi effetti. Studenti plurilaureati o con un master costretti a lavorare nei call center o come baristi. Pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese, per via dell’aumento di bollette e altre tasse, sono solo alcuni degli esempi della Grecia di oggi.

Malgrado il senso di disperazione e rabbia, tuttavia, la maggioranza dei cittadini e dei politici greci continua ad essere convinta che l’alternativa all’austerita’ – ovvero default e uscita dall’euro – sarebbe di gran lunga peggiore. In realta’ e’ il male minore per Atene, secondo l’editorialista di Bloomberg Megan Greene.

Ritornare alla dracma equivarrebbe all’ammissione di un fallimento politico. Ma, contrariamente a quanto si pensi, non distruggerebbe l’economia del paese e potrebbe essere l’unico modo realistico di avviare quelle riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno se vuole raggiungere una ripresa duratura.

Atene si trova davanti a un bivio. Per ritornare a crescere puo’ continuare sulla strada dell’austerita’ e degli aiuti senza fine oppure puo’ puntare a ottenere una svalutazione interna. Per un paese che non puo’ controllare i tassi di cambio valutari, l’uscita dall’area euro e’ l’unica via percorribile per riguadagnare competivita’ rispetto agli altri paesi.

Tra l’altro proprio l’ultima ANALISI SUL DEBITO ELLENICO effettuata dalla Troika spiega molto bene perche’ Atene avra’ bisogno di un terzo pacchetto di aiuti.

Il piano di ristrutturazione del gigantesco fardello del debito da 360 miliardi di euro, sebbene segni indubbiamente un piccolo passo avanti, non e’ sufficiente e non salvera’ la Grecia sul lungo termine, stando a un articolo di Open Europe.

La svalutazione offerta alla Grecia e’ troppo contenuta per poter consentire al paese in difficolta’ di far ripartire la crescita. Dell’ammontare complessivo che e’ incluso nelle misure sul tavolo delle trattative (€282,2 miliardi) per salvare Atene – tramite piano di aiuti e azioni della Bce – solo 159,5 miliardi, pari al 57% del totale, andranno alla Grecia. Il resto sara’ diviso tra banche e obbligazionisti.

Inoltre quasi certamente l’utilizzo delle clausole di azione collettiva (CAC) fara’ scattare il ripagamento dei Credit Default Swaps (CDS) legati al debito ellenico, contratti che servono per coprirsi dall’eventualita’ di un default del debito sovrano.

Sulla stessa linea e’ anche Andrew Tyre, presidente della Commissione Speciale del Tesoro britannico – organo che si occupa di esaminare spese, amministrazione e politiche del ministero dell’Economia – il quale ha lanciato un appello per l’uscita di Atene dall’Eurozona e per un ampiamento sostanziale delle risorse del Fondo Monetario Internazionale per poter affrontare future crisi.

Intervenuto durante una cena in compagnia dei piu’ potenti gruppi di investimento di Regno Unito ed Europa, come riporta il Telegraph, Tyrie ha sottolineato che il FMI non dovrebbe rivolgersi ai paesi dell’area euro come dei “partner”, ma dovrebbe invece porsi come l’interlocutore “dall’altra parte del tavolo” tenendo conto del fatto che e’ l’unica organizzazione in circolazione in grado di “fare fuoco”.

Tyrie – membro del partito conservatore – ha esortato Londra e altri paesi a non cedere alle sirene del protezionismo e rispettare i principi del libero commercio, essendo riusciti a superare la fase peggiore della crisi senza “chiedere l’elemosina della svalutazione dei propri vicini”.

Secondo quanto riferito al Financial Times da Mohamed El-Erian, Ceo del maggiore fondo obbligazionario al mondo, Pimco, il dramma del debito greco non si puo’ dire concluso, difatti “si e’ solo interrotto momentaneamente per prendere un attimo di pausa”.