Grecia nell’euro? Ubs aveva detto no, per il “diagramma di Venn”

14 Maggio 2012, di Redazione Wall Street Italia

Protagonista e icona della crisi del debito in Europa in questi ultimi anni: la Grecia. Niente di sorprendente che le cose siano andate in questo modo, almeno secondo i tanti dubbiosi che già ne parlavano prima della formazione dell’euro. Tra i più scettici gli economisti di Ubs, che già sedici anni fa nelle loro ricerche riportavano: “Grecia nell’euro non s’ha da fare”.

Visione delineata chiaramente nel diagramma di Venn di fianco, parte di uno studio di Ubs risalente al dicembre 1996. Nella rappresentazione vengono messe in luce queste tensioni e divergenze in termini di economia reale, che gli economisti della banca svizzera pronosticavano già nel percorso di inserimento e finalizzazione dell’Unione monetaria.

Tre gli insiemi: financial “ins” (paesi che storicamente si avvicinano ai criteri di Maastricht), political “ins” (paesi con la volontà politica per procedere verso l’Unione monetaria), financial “ins” (paesi le quali economie reali consentono la formazione di un’unione monetaria ottimale).

Come facilmente osservabile, se per gran parte dei paesi le prospettive non sono poi così pessimiste, la Grecia è chiaramente scartata fuori dai giochi. Si trova proprio al di fuori di tutto, non appropriata sotto nessun punto di vista per entrare a fare parte di un euro con paesi quali Germania e Francia.

I problemi che emergeranno nel corso del 1997 sembrano essere nella scelta di quei paesi che dovrebbero partecipare nel primo stadio dell’Unione monetaria. La sostenibilità di lungo periodo di questo progetto dipende dall’accettazione di quelle economie le quali caratteristiche rispecchiano fattori in comune”, si legge nel report.

Mancanze che “potranno facilmente trasmettersi nei mercati finanziari e generare un forte aumento della volatilità”. Rischio dunque che sarà costantemente in agguato negli anni a venire. “In ultima istanza si potrebbe assistere a un allontanamento delle economie non-core, in caso diventi evidente che le mancanze economiche diventeranno più importanti della coesione politica e finanziaria”.

Ed ecco che i paesi individuati come più a rischio sono proprio i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna).

Vari sono comunque i problemi di fondo delineati per l’euro, prima ancora della sua nascita:

– “Un’unione monetaria allo stato attuale non sembra poter funzionare, visto il basso livello di integrazione economica e la relativa rigidità di movimento della forza lavoro tra i paesi membri”.

– “Un’unione monetaria potrebbe funzionare tra i paesi più forti vista la maggiore integrazione economica, a meno di shock asimmetrici che espongano o aggravino i problemi nel mercato del lavoro. Shock che potrebbero nascere anche all’esterno ma trasmettersi all’interno dei paesi membri”.

– In un’unione monetaria governata da un livello unico dei tassi di interesse, il costo del denaro cessa di essere fondamentale per aggiustamenti a seguito di shock economici, e il tutto si limita al fatto o meno se i tassi di interesse sono appropriati per le condizioni economiche dei vari paesi membri”.

Dunque le conclusioni: “L’Unione monetaria non funzionerà al meglio per il bene comune, in caso sia permesso ai paesi più deboli di entrare prematuramente nella moneta unica. L’Unione monetaria potrebbe funzionare solo per i paesi più forti, a condizioni che queste economie restino costantemente coordinate. Se si dovesse cercare di raggiungere l’Unione monetaria includendo un numero vasto, ma asimmetrico (in termini economici), di paesi, le tensioni saranno inevitabili e porteranno anche a forti discrepanze politiche”.