GRANDI BANCHE IN ODORE DI SPECULAZIONE

16 Febbraio 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – L’attacco speculativo in grande stile che interessa da un mese la zona Euro, e che si manifesta con vendite non solo della moneta unica europea ma specialmente dei titoli pubblici dei suoi membri più deboli, costituisce un unicum nella storia finanziaria. Esso colpisce infatti non un paese sovrano ma una Unione economica costituita da paesi ancora sovrani, che però hanno rinunciato ad una componente importante della sovranità, quella monetaria, sostituendo alle monete nazionali una moneta unica governata da una banca centrale indipendente dai governi , che non può acquistare titoli pubblici degli stati membri e che è ufficialmente anche sfornita delle prerogative del prestatori di ultima istanza nei confronti delle banche della stessa Unione monetaria.

Quando si varò la moneta unica, dando vita ad istituzioni tanto peculiari e inedite, si disse subito che i debiti pubblici dei paesi membri erano divenuti diversi da quelli dei paesi che avevano conservato la sovranità monetaria, come ad esempio il Regno Unito o gli Stati Uniti. I debiti pubblici dei paesi dell’Euro non potevano essere sostenuti dalla creazione monetaria, come accadeva agli stati che hanno una moneta nazionale.Essendo l’area dell’euro formata da paesi di varia forza economica, quelli più deboli guadagnavano dall’adottare una moneta sostenuta da quelli forti della stesa area. Ma i differenziali tra i cambi, si diceva, sarebbero stati sostituiti, come termometro della condizione economica dei vari paesi, dai differenziali tra i rendimenti dei titoli pubblici e su di essi si sarebbe potuta riversare la speculazione finanziaria, una volta che fossero state abolite le monete nazionali dei paesi dell’Unione Monetaria.

L’Euro è entrato in funzione nel 1998 e in circolazione nel 2002. Da quel momento i paesi partecipanti più deboli hanno goduto solo dei vantaggi derivanti dall’appartenere ad una moneta unica. La reputazione dei governi e delle economie più forti, come Francia e Germania, si è estesa a quelli più deboli e i differenziali tra i rendimenti dei titoli pubblici sono restati assai più bassi di quelli tra i cambi delle monete nazionali prima dell’avvento dell’ Euro. Le pressioni derivanti al sistema monetario europeo dalla oscillazione tra i cambi delle monete partecipanti non si sono riprodotte sul mercato dei titoli di stato. A creare e mantenere questo stato di cose non erano estranee le condizioni di forte espansione monetaria scelte dalla banca centrale americana in tutto il periodo. Prima la crisi dell’high tech, poi quella indotta dall’attacco terroristico del settembre 2001, poi le necessità della guerra in Iraq e Afghanistan, hanno fatto sì che l’intero mondo e in esso i paesi dell’Euro, nuotasse in un mare sempre più vasto e profondo di liquidità.

Le cose sono cambiate con la crisi del 2008, che ha fatto crollare la domanda in tutto il mondo e in particolare nei paesi dell’Euro, molto dipendenti dalla economia internazionale. I deficit pubblici si sono gonfiati dappertutto, anche nella zona Euro. Particolare pesantezza hanno raggiunto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, come conseguenza non solo del crollo delle entrate fiscali indotto dalla crisi, ma anche della necessità di salvare il sistema delle banche private, messo in ginocchio da un decennio di avventatissime operazioni, per le quali la crisi ha significato un improvviso e disastroso redde rationem.

Anche per i paesi dell’euro la crisi ha significato il gonfiarsi patologico dei deficit pubblici, ma nella maggior parte di essi non nella misura in cui esso si è verificato in Gran Bretagna e Stati Uniti. Nei più deboli, come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, invece, gli squilibri, che prima si erano manifestati solo con enormi deficit commerciali, sono esplosi come deficit pubblici, e si sono raggiunti livelli simili a quelli di Uk e Usa.

C’era da aspettarsi, e tutti se lo aspettavano, che questo avrebbe fatto divaricare i differenziali tra i rendimenti dei titoli pubblici dei paesi dell’Euro. Il fattore scatenante, infatti, la crisi finanziaria e le sue conseguenze sui conti pubblici, era servito a dissolvere l’effetto di convergenza tra i rendimenti indotto dalla politica permissiva della Fed e della Bce. Il dissolversi di tale effetto ha messo in evidenza alcune caratteristiche negative delle economie e delle finanze private e pubbliche dei paesi più deboli della zona euro.

Ma, dato che le stesse caratteristiche contraddistinguono paesi come Gran Bretagna e Stati Uniti, perché non è ancora accaduto che il rendimento dei loro titoli pubblici si sia elevato fino a raggiungere i livelli toccati nei giorni scorsi dai titoli pubblici dei paesi più deboli? E’ proprio questa domanda, che i mercati si sono posti nel mese scorso, che ha fatto tremare la dirigenza inglese e quella americana. Pareva infatti , fino a metà gennaio, che la grande speculazione internazionale avesse preso di mira il dollaro e la sterlina, facendo scendere il tasso di cambio della moneta americana fino a 1.47 dollari per euro.

Poi il trend si è invertito e l’Euro ha cominciato a scendere, spinto in basso dall’aprirsi improvviso del differenziale tra i tassi dei titoli dei cosiddetti PIGS, quelli che una volta si chiamavano il Club Mediterranee, e il tasso di riferimento, quello sui titoli tedeschi.

Che l’anello debole della catena, tra i paesi meridionali dell’Euro, fosse la Grecia, era noto a tutti da tempo. Tutti ricordano le modalità poco sagge della condotta fiscale del governo greco, a partire dal finanziamento delle olimpiadi, ma anche delle imprese e delle banche greche, impegnate molto seriamente nei confronti delle grandi banche specialmente tedesche e francesi (ma anche inglesi). Così come tutti sanno che, tra i paesi del Nord Europa, l’Irlanda non ha tenuto di certo un comportamento più morigerato. E che l’Austria ha impegnato le sue banche in avventurosi prestiti nell’Europa che fu il suo Impero.

Ma, come hanno notato non solo Joe Stiglitz ma anche un economista molto conservatore come Peter Bofinger, membro del «consiglio dei saggi» tedeschi, e un giornale ultraconservatore come lo Handelsblatt, quella che si è scatenata contro la Grecia e contagia gli altri paesi del Sud Europa e l’Irlanda (e potrebbe contagiare anche l’Austria e la Svezia) è una manovra speculativa condotta dalle grandi banche internazionali, per salvare molte delle quali sono andati in deficit i bilanci pubblici di numerosi stati. Esse cercano in questo modo di guadagnare profitti veloci anche se, come ha scritto lo Handelsblatt, mordono la mano che ha loro dato da mangiare.

Non è difficile leggere, sui principali giornali inglesi e americani, la speranza che la crisi speculativa attuale si concentri sull’Europa per parecchio tempo. Le famose agenzie di rating sembra stiano operando acché ciò accada. Standard&Poor’s ha dichiarato agli inizi dello scorso dicembre di aver messo sotto osservazione il debito a lungo termine greco, con implicazioni negative per il futuro. Non sembra che abbia fatto lo stesso per quanto riguarda Gran Bretagna e Stati Uniti, malgrado il fatto che ormai i titoli a lunga americani rendono più di mezzo punto di più di quelli tedeschi e che le prospettive del bilancio pubblico degli Stati Uniti siano pessime. Lo stesso vale per la Gran Bretagna, semmai peggiorato dal fatto che la sterlina non è più un moneta di riserva e non può imporre i propri passivi al resto del mondo.

Mentre la bufera imperversa sui paesi dell’Euro, incaute dichiarazioni di influenti personaggi come Jurgen Staerck e Joaquin Almunia hanno contribuito non poco ad attizzare il fuoco e a estenderlo ad altri paesi come Spagna e Portogallo. Le aspirazioni politiche dei due personaggi in questione spiegano in buona parte il loro comportamento antieuropeo e antinazionale. Si è notato poi un desiderio del Fmi di entrare in partita, senza dubbio motivato dalle ambizioni presidenziali di Strauss Kahn e da qualche autorevole consiglio. Né aiuta molto a ridurre la potenza dell’attacco a valuta e titoli europei la poco convinta e assai vaga dichiarazione uscita dalla riunione a 27 di giovedì. Non ci si poteva aspettare di più da una assemblea di così tanta gente, così eterogenea. Ma è mancata anche una dichiarazione congiunta franco tedesca che, in quella sede, chiarisse la volontà dei due paesi centro dell’Europa di sbarrare il passo alla speculazione.

Ora, con la direttiva emessa venerdì dalla banca centrale cinese alle banche di quel paese di aumentare le riserve sui prestiti, la seconda in poco tempo, le speranze della dirigenza anglo americana di spostare il temporale dalle proprie teste a quelle dei paesi dell’Euro si attenuano di nuovo. Se si ferma la Cina o se, ancor peggio, la bolla immobiliare cinese esplode, è possibile che la grande speculazione torni a occuparsi di dollaro e sterlina.

L’accumulazione di riserve in dollari da parte cinese diminuisce, proprio quando l’offerta di titoli americani sta aumentando oltre ogni limite. Questo spinge in giù il tasso di cambio del dollaro. Questa aspettativa può indurre gli operatori a vendere dollari, ulteriormente rinforzandone le aspettative di ulteriori ribassi.

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