GOVERNO IN CRISI: E’ GUERRA TOTALE TRA LEGA E AN

7 Settembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – «Rientra nei ranghi: non rischierai più di essere ridicolo come lo sei stato negli ultimi tempi». La dura frecciata a Gianfranco Fini arriva direttamente dalla prima pagina del “Il Giornale”. Il direttore del quotidiano, Vittorio Feltri, accusa senza mezzi termini il presidente della Camera: «Sei ancora di destra o da quella parte ti sei fatto superare da Berlusconi? Non è una domanda provocatoria. Nasce piuttosto da una constatazione. Sulla questione degli immigrati parli come un vescovo. Sul testamento biologico parli invece come Marino, quello della cresta sulle note spese dell’Università da cui è stato licenziato». Secondo il direttore del “Giornale”, Fini ha in mente una strategia. «Ti sta a cuore la simpatia della sinistra che non sai più come garantirti. Il motivo si può intuire, se sbaglio correggimi. Miri – conclude Feltri – al Quirinale perché hai verificato che la successione a Berlusconi avverrà con una gara cui è iscritta una folla».

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BERLUSCONI – Accuse che scatenano numerose reazioni politiche. In serata arriva anche la nota di Silvio Berlusconi: «Come si può ben immaginare non ero a conoscenza dell’articolo del dottor Feltri sul Presidente Fini apparso oggi su ‘”Il Giornale” – scrive il premier – articolo di cui non posso condividere i contenuti. Confermo invece al Presidente Fini la mia stima e la mia vicinanza». Il presidente del Consiglio si dissocia dunque per la seconda volta in pochi giorni dal direttore del quotidiano di famiglia: anche dopo gli attacchi a Boffo, direttore di “Avvenire” poi dimessosi, Berlusconi aveva affermato di «non condividere» gli articoli del “Giornale”.

FELTRI – «Quando scrivo un articolo – replica Feltri – non mi aspetto gli applausi del presidente del Consiglio, scrivo un articolo perché penso che sia giusto farlo: è la mia opinione, che non riflette quella di nessun altro e che è normale non sia condivisa da qualcuno. E se tra questi qualcuno c’è il presidente del Consiglio, pazienza». «Non faccio un quotidiano di partito – rivendica Feltri – e non intendo fare il reggicoda di nessuno. Alemanno ha detto che ho invitato Fini a rientrare nel centrodestra e che piuttosto dovrei farlo io: ma io non sono mai stato nel centrodestra, faccio un altro mestiere. Il mio compito è stimolare anche dibattiti, non è contribuire a far chiarezza nel Pdl o a portarvi la concordia».

FARE FUTURO – A Feltri replica anche Alessandro Campi, politologo e direttore scientifico di ‘Fa­reFuturo’, la fondazione di cui Fini è presidente: «È ridicolo accusare Fini di essere ambizioso. Tutti i politici lo sono. Ed è ridicolo accusarlo di non essere di destra: Fini lo è, ma il suo modo di intendere la destra è diverso da quello di Feltri». «Si tratta della prosecuzione della campagna di stampa che ha avviato il ‘Giornale’ contro quelli che si ritiene siano gli avversari diretti o indiretti, interni o esterni, reali o supposti del Cavaliere e di questo governo – dice Campi all’Adnkronos-. Il tutto all’interno di una strategia che da un lato punta a blindare Berlusconi da pettegolezzi e attacchi, dall’altro rischia di renderlo prigioniero dei suoi pretoriani».

MELONI, RONCHI E LA RUSSA – Anche il ministro Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, difende il presidente della Camera: «Anche quando non si è d’accordo, e a me è capitato più di una volta di non essere d’accordo con Fini, ci si deve rispettare. Ma credo che si debbano rispettare tutti quelli che hanno il coraggio di esprimere le posizioni più diverse, da cui nasce un confronto che porta a una sintesi e serve a crescere». Per il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, «Fini è un leader coraggioso della Casa delle libertà, è il cofondatore del nuovo partito ed esprime una sensibilità che ha piena cittadinanza nel popolo del centrodestra». Interviene anche Ignazio La Russa: «In tante occasioni ho sostenuto il diritto di Vittorio Feltri a fare giornalismo anche con toni non ‘political correct’ – afferma il ministro della Difesa – ma l’ampio editoriale dedicato a Fini di oggi credo che parta da presupposti sbagliati e conduca a conclusioni errate». «È sbagliato ritenere che Fini si sia rivolto specificatamente a lui parlando di killeraggio giornalistico», sostiene La Russa. «Ero presente a Mirabello e il riferimento era al crescente uso in tutto il giornalismo degli attacchi feroci non alle idee non condivise ma alle persone che le professano. Partendo da questa premessa ingannevole, Feltri rimprovera Fini di avere su alcuni temi idee diverse da quelle professate un tempo. Ma il direttore – prosegue La Russa – in realtà conosce benissimo il vecchio adagio che anche in politica ‘solo i paracarri stanno fermi’ e che il nuovo ruolo di presidente della Camera consente a Fini, o forse gli impone, di non misurare col metro della opportunità le sue posizioni, ma di cercare di proiettarle verso un futuro possibile».

BOSSI – L’attacco di Feltri segue di poche ore quello di Umberto Bossi. Il ministro delle Riforme aveva definito «matto» il presidente della Camera sul voto agli immigrati alle elezioni amministrative, un tema che il presidente della Camera ha nella sua agenda sin dal 2003 e che ha recentemente rilanciato. Il giudizio è stato espresso dal leader della Lega Nord a Torino, alla festa del partito, come riportato dalla Stampa.it.

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Roma, 7 set. (Apcom) – “Come ha preso Fini l’editoriale di Feltri? Sarebbe bello sapere come l’ha presa Berlusconi…”. A metà pomeriggio gli uomini che avevano avuto modo di parlare con il presidente della Camera sintetizzavano con questa battuta lo stato d’animo con il quale avevano accolto il durissimo affondo del ‘Giornale’ contro Gianfranco Fini. Sospetti e tensioni alimentate dalla provenienza dell’attacco a mezzo stampa, sospetti e tensioni solo in parte stemperati, a sera, dalla ‘dissociazione’ del Cavaliere, utile soprattutto a stoppare il rischio di un’escalation tutta interna al Pdl.

A fotografare il clima, piuttosto gelido, tra i due leader del Pdl basterebbe forse il fatto che, fino a pomeriggio inoltrato, nessun contatto veniva segnalato tra Berlusconi e Fini. Nemmeno una telefonata, tanto che chi conosce entrambi assicurava: “Fino alle sette di sera nessun colloquio, l’ultima volta che si sono sentiti è stato a inizio agosto”. D’altra parte l’unico commento ufficiale che filtra dall’entourage del presidente della Camera attinge dal repertorio finiano delle ultime settimane: “Bisogna stoppare questo clima di rissa permanente”. Ma è scontato che l’attacco, vissuto dai finiani alla stregua di un “insulto”, rivolto dal giornale di proprietà del fratello del premier, ha irritato il presidente della Camera.

Fini l’ha sempre detto: in un partito plurale, in una formazione già vicina al 40% dei consensi non si può pensare che esprimere un’opinione diventi reato di lesa maestà. “Rientrare nei ranghi? Quali, quelli di Berlusconi? Vogliono il pensiero unico?”, si scaldava un finiano durante una giornata vissuta con apprensione.

Poi, alle sette di sera, la nota di Berlusconi, la seconda in due settimane, dopo quella messa nero su bianco per frenare le conseguenze del caso Boffo. “Come si può ben immaginare non ero a conoscenza dell’articolo del dottor Feltri sul Presidente Fini apparso oggi su Il Giornale – assicura il Cavaliere – articolo di cui non posso condividere i contenuti. Confermo invece al Presidente Fini la mia stima e la mia vicinanza”.

A scorgere l’elenco dei politici del Pdl scesi in campo durante la giornata per difendere Gianfranco Fini dal duro attacco di Vittorio Feltri sul ‘Giornale’ si ha forse la mappa della situazione interna al Popolo della libertà. Di fronte alle parole di fuoco dedicate dal direttore del quotidiano al presidente della Camera, si nota innanzitutto il silenzio dell’ala forzista del partito. Né Sandro Bondi, né Denis Verdini hanno speso una parola per l’ex leader di An. Anche i vertici dei gruppi parlamentari, ad eccezione del vicecapogruppo Italo Bocchino, tacciono: zero interventi di Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello.

L’intervento di Ignazio La Russa, invece, arriva alle 19.30, poco dopo quello di Berlusconi. E poi ci sono ministri un tempo vicinissimi al presidente della Camera come Altero Matteoli, oltre che l’intera compagine governativa di estrazione Forza Italia. Sulla sponda opposta, quella dei ‘finiani’ o ‘neofiniani’, si collocano i fedelissimi del presidente della Camera, quelli che lo hanno sostenuto nelle ultime battaglie. Lo difende Italo Bocchino (“Da Feltri un attacco poco elegante”), lo sostiene Fabio Granata (“il partito non è una caserma”), lo appoggia Andrea Ronchi (“Fini e un leader coraggioso ed è il cofondatore del Pdl”) e sollecitata scende in campo in sua difesa Giorgia Meloni (“Il partito non è una caserma, occorre rispetto”).

Con lui anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che invita Feltri a rientrare nei ranghi, e Carmelo Briguglio, secondo il quale così il Giornale danneggia Berlusconi e rafforza Fini. Altri, provenienti da un percorso diverso, non lasciano solo Fini: lo fa Benedetto Della Vedova, secondo il quale Fini rappresenta una destra europea e Feltri è “fuori luogo”, e Roberto Menia (“Non si possono imputare a Fini i problemi del partito”). E, ovviamente, si stringe intorno a Fini la fondazione Farefuturo: “Il Presidente della Camera non sta a cuccia, fa il suo mestiere e nel Pdl troppe volte il dibattito degenera in signorsì”.

Nel giorno delle accuse di Feltri, secondo il quale il ‘compagno Fini’ punta al Quirinale, rinnegando il passato e facendosi usare dalla sinistra, anche Umberto Bossi non lesina critiche al presidente della Camera. Il leader della Lega, che stasera vedrà Berlusconi, non fa complimenti: il voto agli immigrati proposto dall’ex leader di An? “Chel lì l’è matt. Quello lì è matto. Come già riferito a monsignor Bagnasco anche noi vogliamo aiutarli, ma a casa loro. Se questo il presidente Fini non lo capisce è condannato a perdere altri voti”.

Gli attacchi a Fini non sfuggono all’opposizione. Dice Pierluigi Bersani: “E’ ormai evidente che nelle difficoltà in cui si trovano c’è un richiamo all’ordine violento per chiunque apra bocca. Questo testimonia un nervosismo diffuso”. Secondo il candidato alla segreteria del Pd, comunque, quanto accade è il segno che “la leadership del presidente del Consiglio si sta indebolendo”. Un’analisi, quest’ultima, che trova d’accordo il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. “E’ chiaro – spiega – che il dopo Berlusconi è già cominciato”, lo dimostra il fatto che Berlusconi “delira” contro tutti: “un delirio di uno contro tutti che finisce per essere autolesionistico per l’Italia e per lo stesso presidente del Consiglio”.