GOOGLE, LA STRANA COPPIA ADESSO SFIDA IL SISTEMA

13 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Alle cinque di giovedi’ sera, nell’arena di Wall Street che da tre anni assiste alla strage dei risparmiatori, l’avventura di un immigrato russo e di uno studente americano è arrivata al momento della verità, al giudizio del mercato. A quell’ora, si è chiusa la registrazione degli aspiranti sottoscrittori della prima Ipo, offerta pubblica, della loro Google, quella società con un buffo nome da cartoon che crearono sei anni or sono nel solito garage della California, ed è divenuta la stella polare dei navigatori nell’oceano di Internet in tutto il mondo. Nelle prossime ore 27 milioni di titoli saranno messi in vendita nella prima asta pubblica via web che la storia della finanza abbia mai visto. Se tutte le azioni offerte verranno battute al valore massimo sperato, attorno ai 130 dollari ciascuna, Sergey Brin il russo e Larry Page l’americano avranno tre miliardi e mezzo di dollari in più nel loro salvadanaio. E 35 miliardi di capitalizzazione per la loro spa.

Ma il varo della Google Inc. in Borsa è qualcosa di molto più importante che il meritato premio a una coppia di ventenni che, odiandosi cordialmente quando si conobbero nel 1995 a Stanford, hanno creato il più formidabile filo d’Arianna per muoversi nel labirinto della rete. Google è la scialuppa sulla quale potrebbero salire i naufraghi sopravvissuti al disastro della “nuova economia”. O la pietra della delusione che porterà a fondo un mercato tecnologico che ha perduto il 79% del proprio valore in tre anni e vive terrorizzato dall’anoressia economica internazionale, dagli incubi di Al Qaeda, dai prezzi del petrolio e dai costi del danaro in ascesa.

Se esiste una società che può farcela, adorata quanto la Microsoft di Bill Gates è odiata, questa è appunto la Google di Page e Brin. Forse soltanto la Apple di Steve Jobs, con il suo McIntosh alla metà degli anni ’80, seppe suscitare tanta passione nei propri “convertiti”. E non a caso, perché, come la Apple seppe aprire ai non iniziati l’uso del personal computer con la propria interfaccia iconografica ormai divenuta universale, così la Google ha reso veloce, navigabile e intelleggibile quel brodo primordiale e frustrante di Internet nel quale tutto è disponibile e poco è afferrabile ai profani. Le stime parlano di almeno 200 milioni di utilizzatori in tutto il mondo. Raccoglie l’80% delle ricerche, servendo con imparziale velocità – 2 decimi di secondo per produrre migliaia di risultati è la loro media – il voyeur e il professore, il banchiere e la massaia, il compratore e il venditore.

Google (si pronuncia “gùgol”) è ormai divenuta un verbo nel vocabolario inglese, “to google”, prova sicura di successo. Nasce da un gioco di parole basato sull’espressione “googol” creata dal matematico americano Edward Kasner per significare il numero 1 seguito da 100 zeri e lanciata nel suo saggio “Matematica e immaginazione”. Matematici di formazione, e immaginosi di natura, sono infatti Page e Brin. L’americano aveva preso la laurea all’Università del Michigan, e nel 1995 aveva visitato Stanford, in California, per continuare a 24 anni i propri studi verso il dottorato. Come suo “chaperon” per la visita, il college aveva scelto il ventitrenne immigrato moscovita Sergey, anche lui dottorando con laurea alla Maryland University e i due si detestarono immediatamente. Su una sola cosa si trovarono in sintonia, il “moskvic” e il “midwestern”, sul fatto che i motori di ricerca, gli strumenti ai quali si chiede di trovare risposte on line, erano lenti, esasperanti e soprattutto stupidi, secondo il celebre aneddoto della ricerca sulla “Madonna” che produceva allora più risultati con Madonna Ciccone di quanti ne fornisse con la Beata Vergine.

Dai loro bisticci nacque un nuovo algoritmo, una formula per accelerare e rendere meno stolide le ricerche. Abbandonarono il dottorato, come già Bill Gates aveva lasciato Harvard senza laurea, per trovare quei capitali di ventura che negli Stati Uniti nutrono l’innovazione e la potenza economica. Con un primo assegno di 100 mila dollari che non riuscivano neppure a depositare perché non possedevano un conto bancario, attrezzarono il garage di Larry. E quando i finanziamenti raggiunsero i 2 milioni di dollari, fondarono Google nel ’98 e si trasferirono nella modesta sede di oggi, dove ancora il par cheggio dei nuovi miliardari è occupato da Volvo scalcagnate, secondo la mistica di Silicon Valley.

Ma se ormai la maggioranza degli utenti credono in Google, nella essenzialità del suo stile che evita i fronzoli grafici e gli odiosi “pop up” pubblicitari che infestano altri siti, le cinque grandi case di Borsa che gestiranno la vendita delle azioni non sono convinte che acquistare all’asta, oggi, i titoli sia un buon affare. Google fa profitti veri per 300 milioni l’anno, a differenza dei palloni d’aria fritta della “vecchia nuova economia”, ma il rapporto “prezzo/redditività” è superiore a 30, dunque molto alto. Il meccanismo alla base della sua forza può essere imitato, e lo sarà, ora che “l’impero”, la Microsoft, sta per lanciare un concorrente diretto. Il suo modello economico, che fa profitti attraverso la pubblicità dei siti che la ricerca produce, facendo pagare di più coloro che vogliono risultare tra i primi della lista, è altrettanto copiabile.

Anche lo strumento di lancio delle azioni, con offerte d’asta via Internet aperte a tutti (minimo cinque azioni al prezzo di 103 dollari l’una, dunque oltre i 500 dollari) secondo il sistema detto della “asta all’olandese” – ognuno paga per sè – non convince gli analisti forse indispettiti da questo scippo nel nome della “finanza democratica”, tanto tipica della ideologia internettistica originale. I tempi folli delle Ipo anni ’90, le offerte iniziali che schizzavano in cielo, come fu per Netscape, sono finiti e i pessimisti ricordano che per riportare l’indice Dow Jones al livello del 1929, l’anno del crac, si dovette attendere il 1954. Forse è troppo chiedere a questo sito con il buffo nome da cartone animato di salvare la Borsa e accelerare la storia, ma se un profugo russo scampato al Socialismo Reale può diventare miliardario a meno di 30 anni, sognare in California è ancora possibile.

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