Gli Usa? Sono gia’ in bancarotta. Molto peggio della Grecia

25 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia

Inutile temere sul futuro dell’economia americana. Gli Stati Uniti sono già in bancarotta. La dichiarazione e’ forte e non vuole certo gettare panico tra gli operatori. Ma val la pena capire le basi del ragionamento di colui che lancia l’allarme (a dire il vero, non e’ il solo) dalle colonne di Bloomberg: Laurence J. Kotlikoff, professore di economia alla Boston University.

L’idea chiave e’ la seguente: il deficit di bilancio Usa è 15 volte superiore a quello ufficiale. Una possibile soluzione per rimettere ordine passa attraverso quattro mosse, purché siano “radicali” e riguardino tasse, settore della salute, sistema pensionistico e comparto finanziario.

Andiamo con ordine, partendo da una nota del mese scorso del Fondo Monetario Internazionale sulle politiche economiche degli Stati Uniti. Nel sommario di questo rapporto annuale, ricorda Kolikoff, c’era l’invito alla classe politica a una stabilizzazione fiscale attraverso aggiustamenti “più ampi dei costi stimati”. Un esempio: “chiudere il deficit richiede un aggiustamento fiscale permanente del 14% del PIL Usa su base annuale”. Insomma, per ripianare tale deficit, frutto della differenza tra spese e ricavi programmati per il futuro, secondo il professore di economia, sarebbe necessario un immediato e permanente raddoppio di redditi personali e tasse federali e aziendali.

Un simile aumento delle tasse porterebbe gli Stati Uniti a un surplus del 5% del Pil quest’anno invece di un deficit del 9%. Parafrasando la nota del Fmi, Kolikoff suggerisce che gli Usa hanno bisogno di una bella fetta di surplus per un bel po’ di anni per poter pagare le spese di bilancio. E più si aspetta per porre rimedio alla situazione fiscale attuale più la stessa peggiorerà.

Il disavanzo fiscale calcolato dal professore della Boston University e’ 15 volte superiore a quello ufficiale: $202 mila miliardi. Si tratta di una discrepanza “non sorprendente: riflette cio’ che gli economisti chiamano “labeling problem”. E’ un po’ come se tutto dipendesse da che cosa prendere in considerazione per ottenere un determinato dato. “Il Congresso e’ stato molto attento negli ultimi anni ad etichettare i suoi passivi in modo tale da tenerli al di fuori dal proprio bilancio e cosi’ farà nel futuro” ha spiegato Kolikoff.

Perche’ la cifra e’ cosi’ ampia? Semplice, spiega l’economista: negli Usa ci sono 78 milioni di baby boomer che, quando saranno tutti in pensione, riceveranno benefici in termini di Social Security, Medicare e Medicaid. Tutti programmi statali il cui costo supererà il Pil pro capite: $4 mila miliardi all’anno. “L’economia americana potrà anche crescere da qui a 20 anni ma mai cosi’ tanto da poter gestire costi di questa portata anno dopo anno”, ha scritto su Bloomberg il professore. “Questo e’ il risultato dell’applicazione di una sorta di Schema Ponzi che va avanti da 60 anni: prendere risorse dalla popolazione più giovane per darla a quella più vecchia”. E citando Herb Stein, presidente dello staff degli economisti alla Casa Bianca ai tempi di Richard Nixon, Kolikoff avverte: “ciò che non può andare avanti verrà fermato”.

Il punto e’ che lo si fermerà troppo tardi e con modalità non piacevoli. Tre le possibilità: “ingente sforbiciata dei benefici legati al pensionamento dei baby boomer, incremento astronomico delle tasse e enorme quantità di moneta da stampare da parte del governo per coprire i buchi nei propri conti”.

Insomma, un piano lacrime e sangue che non solo ricorda la situazione greca, peggio. Povertà, tasse, costo del denaro e inflazione cresceranno, una strada “terribile” da percorrere senza se e senza ma perche’ gli “Stati Uniti si trovano in una situazione fiscale peggiore della Grecia”.

L’economista conclude criticando i keynesiani convinti che stimoli fiscali ulteriori non inficerebbero la capacita’ di gestione del deficit stesso. “Il nostro paese e’ finito”, e’ la perentoria conclusione.