GLI SCEICCHI
CI RICATTANO?
ECCO PERCHE’

12 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La quarta guerra mondiale sarà sull’energia. Senza arrivare agli eccessi del film Mad Max, dove l’ordine sociale è devastato dalla fine dell’era del petrolio, il futuro del mondo si gioca sulle sempre più scarse risorse energetiche. È comprensibile, dunque, che mezza Europa sia stata presa dal panico dopo il blackout della scorsa settimana.

L’elettricità alimenta i nostri frigoriferi, i boiler dell’acqua calda, i telefoni, perfino qualche mezzo di trasporto. Ma la luce delle nostre case che viene a mancare per qualche ora, a causa di un incidente tecnico di interconnessione della rete elettrica europea, non è il problema. Come nelle case di tutti noi, dove un cortocircuito fa scattare il salvavita, così nelle reti transnazionali, nel caso di un incidente tecnico, il transito viene interrotto giusto il tempo di riparare il guasto o di trasferire l’elettricità su altre linee.

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Lo sviluppo della tecnologia è destinato a ridurre l’incidenza di questi incidenti. E, in fondo, anche un piccolo blackout può avere effetti benefici: la leggenda vuole che, durante quello di New York del 1965, gli americani privati del televisore si siano dedicati a più gratificanti attività da cui derivò un minibabyboom. LA SCARSITA’ DI RISORSE Il vero problema per il futuro del mondo è legato alla scarsità delle risorse energetiche nel medio-lungo termine. L’energia, infatti, non è un prodotto come tutti gli altri.

Semmai è superprodotto: da un lato è un bene di consumo finale che serve a ciascuno di noi per viaggiare, scaldarsi, cucinare, lavarsi, divertirsi o, semplicemente, poter vedere di sera e di notte; dall’altro è un input di produzione indispensabile, che entra a tutti i livelli nella filiera produttiva dei beni intermedi e di consumo. Questo sito non potrebbe essere online senza energia. Il computer su cui è stato redatto questo articolo non funzionerebbe senza elettricità. Ma anche i pomodori non potrebbero arrivare sulle nostre tavole, se non ci fossero la corrente per alimentare le pompe che irrigano i campi, il gasolio per far camminare i camion e il gas per scaldare il soffritto del nostro sugo.

Insomma, a meno di non voler tornare all’era del fuoco e della meccanica umana, l’energia è fondamentale per tutti gli aspetti della vita di oggi. E ci condiziona non solo in termini di produzione e consumo: l’energia incide anche sulla nostra ricchezza. Più sale il prezzo del petrolio, più cara sarà la bolletta del gas, ma soprattutto diventeranno più costosi questo giornale, i pomodori da sugo e qualsiasi altro bene per la cui produzione occorre un minimo di energia.

100 MILIONI DI BARILI AL GIORNO

Quali sono gli scenari energetici futuri? L’outlook mondiale 2006 dell’Agenzia Internazionale per l’Energia rivela che, sulla base delle tendenze attuali, il futuro dell’energia è sporco, insicuro e costoso. Senza svolte politiche sostanziali per cambiare le tendenze in atto nel settore energetico, la domanda globale dell’energia primaria aumenterà del 53% tra oggi e il 2030. Più del 70% dell’aumento della domanda viene dai paesi in via di sviluppo – Cina e India in testa – e sarà a discapito del mondo sviluppato, Europa e Stati Uniti.

Le importazioni di petrolio e di gas nei paesi Occidentali e in Asia incrementano anche più velocemente della domanda. La richiesta mondiale di petrolio dovrebbe raggiungere i 116 milioni di barili al giorno nel 2030, rispetto agli attuali 84 milioni. Da questi pochi dati si comprende che la realtà del mercato dell’energia sta cambiando sensibilmente e la velocità del cambiamento è sempre più accelerata. I prezzi del petrolio – e del gas, il cui corso è direttamente legato a quello del greggio – nel 2006 sono stati di almeno 3-4 volte più alti che nel 2002. In questo contesto, l’Europa – e ancor più l’Italia – è in una posizione di estrema debolezza.

Il Vecchio continente, infatti, non è produttore (se non per una parte limitata), non ha fornitori affidabili e la sua domanda di energia è in costante aumento. In una situazione così squilibrata del mercato energetico, è l’offerta che fa il bello e cattivo tempo: paesi prevalentemente instabili e inattendibili – Russia, Iran, Arabia Saudita, Sudan, Nigeria, Angola, Venezuela, per citarne solo alcuni – determinano la quantità offerta e il prezzo. Il meccanismo di funzionamento è semplice e economicamente perverso: anziché far agire la concorrenza – prezzi al ribasso e produzione in aumento – vige il regno dell’oligopolio o addirittura del monopolio. L’Opec – l’organizzazione dei produttori di petrolio – stabilisce la quantità prodotta e, di conseguenza, il prezzo sui vari mercati. Quei pochi paesi che ne sono fuori – come la Russia – corrono da free rider incassando enormi profitti.

Quel che è peggio, i produttori hanno anche una fortissima leva politica bidirezionale: da un lato, giocano con le crisi internazionali per condizionare il prezzo dell’energia; dall’altro, usano la scarsità delle risorse come strumento per ricattare l’Occidente. Bastino due esempi: l’Iran che, con l’intimidazione nucleare, fa esplodere il prezzo del petrolio e si garantisce la sopravvivenza economica anche in caso di sanzioni; e la Russia che, con la minaccia della chiusura dei rubinetti del gas verso l’Europa, mette a tacere qualsiasi critica sulle violazioni dei diritti umani e sulla destabilizzazione imperialiste nei paesi ai suoi confini.

In altre parole, chi offre energia detiene il potere non solo sul mercato energetico, ma anche sul mercato mondiale della geopolitica. L’Europa ha cercato di rispondere a questa drammatica situazione (bontà sua…) con un “Libro verde” sull’energia pubblicato nel marzo scorso. La Commissione europea ha invitato gli Stati membri a fare di tutto per arrivare a una politica energetica europea articolata su tre obiettivi principali: la sostenibilità (lottare attivamente contro il cambiamento climatico, promuovendo le fonti di energia rinnovabili e l’efficienza energetica), la competitività (migliorare l’efficacia della rete europea tramite la realizzazione del mercato interno dell’energia) e la sicurezza dell’approvvigionamento (coordinare meglio la domanda di energia della Ue nel contesto internazionale). Una volta tradotto questo lungo documento dall’eurocratese, due sono i messaggi che escono: occorre più energia “pulita” ed è indispensabile una “politica estera dell’energia”.

L’ALTERNATIVA È L’ATOMO

Su questi due punti, da marzo a oggi, non si sono fatti passi avanti. L’energia è un settore strategico per eccellenza e gli Stati membri non vogliono cedere la loro sovranità. Ma il rischio di una quarta guerra mondiale deve portarli a cambiare idea e in fretta. Sull’energia “pulita” non ci sono molte alternative: secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, l’energia nucleare può essere più economica e più ecologica del carbone, del gas e del petrolio. Il nucleare il governo di Romano Prodi lo sa bene, ma fa irresponsabilmente finta di nulla – è la garanzia per ridurre la dipendenza dal gas importato e contemporaneamente limitare le emissioni di Co2. Occorre immediatamente investire su questo, anche con una forte spinta dell’Unione europea.

UN UNICO COMPRATORE

Quanto alla “politica estera dell’energia”, il dialogo unico con i partner energetici è fondamentale per garantire la sostenibilità, la competitività e la sicurezza degli approvvigionamenti. L’Europa, oggi, è in posizione di subordinazione e debolezza: troppo divisa, l’Ue subisce il ricatto di paesi come la Russia e l’Algeria che si coalizzano per rafforzare la loro posizione dominante. Troppo egoisti, gli Stati membri dell’Ue – e l’Italia di Romano Prodi che vola a Mosca con il cappello in mano ne è un esempio – cercano di fare accordi solitari con la Russia, salvo rimetterci perché le condizioni sono penalizzanti o perché Mosca preferisce altri.

Ecco perché occorre, non solo parlare, ma anche agire come “un sol uomo”: è necessario che l’Europa divenga “compratore unico” di energia, perché solo il monopsonista è in grado di “personalizzare” le relazioni contrattuali con i fornitori in funzione delle proprie esigenze. Questa particolare qualità di “grosso compratore” permette, dal lato della domanda, di diminuire i rischi dovuti all’inadempienza dell’offerta oligopolistica e alle condizioni imposte da questa. Il monopsonista, inoltre, può sfruttare la sua posizione di unico acquirente di fronte ad una pluralità di potenziali venditori, e quindi ottenere migliori condizioni sul mercato. La forza contrattuale con la quale l’Europa monopsonista si porrebbe sul mercato energetico le consentirebbe di stabilire – o meglio imporre – le variabili in gioco: prezzo, quantità e qualità. Senza dimenticare la politica.

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