GLI SCANDALI FINANZIARI NON SONO MAI CASI ISOLATI

3 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Non c’è niente di meglio, in Italia, per capire come funzionino il sistema politico e quello economico di uno scandalo. In tali circostanze, la reazione dei due sistemi è sempre la stessa. Primo: l’establishment e il sistema di poteri consolidati che hanno governato il Paese fino a ieri, e che ancora ne controllano le principali leve economiche, finanziarie, industriali e, entro certi limiti, persino politiche, malgrado l’avvento al governo di una coalizione di centrodestra, definiscono lo scandalo un «incidente di percorso», «un caso isolato».

Secondo: sempre l’establishment e il sistema di poteri consolidati suggeriscono di affidarsi alla magistratura, di delegarle immediatamente il compito non solo di indagare, ma di risolvere il problema, mettendo rapidamente in galera i responsabili dell’incidente (preferibilmente, personaggi di secondo piano) e chiudendo con ciò il caso.

Inutile dire che lo scandalo non è mai un «incidente di percorso», un «caso isolato», ma è un «fatto sistemico», espressione di un modo di concepire i rapporti socio-politico-economico-finanziari. Illusorio, inoltre, pensare di assegnare alla sola magistratura – cui spetta semplicemente di appurare l’esistenza dei crimini e di mandare in galera chi li commette – il compito di risolvere un problema che è essenzialmente socio-politico-economico-finanziario.

Il crack della Parmalat, così come, in precedenza, quello della Cirio e, malauguratamente, quelli che minacciano di seguirli, non fanno eccezione. Curioso, nella circostanza, se mai, non è tanto, quindi, la reazione dell’establishment e del sistema di poteri consolidati che direttamente o indirettamente ne sono coinvolti – dai quali non si sarebbe potuto aspettarsi nulla di diverso – quanto la reazione di una parte della coalizione di centrodestra; tenuto conto che il centrodestra a quello stesso establishment e a quello stesso sistema di poteri si oppone e aspira a sostituirsi. Così, l’Italia e il mondo assistono a uno spettacolo inedito.

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sostenendo che si tratta di un fenomeno «sistemico», sollecita una riforma radicale del sistema di controlli e di gestione del risparmio, nonché, in subordine, del credito e, più in generale, dei rapporti fra banche, industria e politica, là dove sia possibile in un’economia di mercato e a proprietà privata. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, parla lo stesso linguaggio dell’establishment e del sistema di poteri consolidati (è un caso isolato, dice), prende tempo, rallenta gli interventi del suo ministro dell’Economia.

Ciò mentre altri protagonisti della coalizione, ministri e partiti, si schierano dalla parte di Tremonti (la Lega) o da quella del presidente del Consiglio (Alleanza nazionale e gli ex democristiani dell’Udc). Col risultato di spaccare il centrodestra su un fattore che ne giustifica la stessa esistenza, che ne ha determinato il successo elettorale del maggio 2001 e che rappresenta, tutto sommato, la sola carta da giocarsi alle prossime elezioni politiche del 2006: il riformismo, l’esigenza di procedere a un cambiamento radicale negli assetti socio-politici e socio-economici oltre che istituzionali.

D’altra parte, questa sorta di inversione del proprio originario senso di marcia, da parte del centrodestra, sarebbe difficile spiegarla, se non vi concorressero due elementi, uno – come direbbe Karl Marx – sovrastrutturale, l’altro strutturale. L’elemento sovrastrutturale è la presenza in vasti settori del centrodestra di uomini e partiti che appartengono all’establishment e al sistema di poteri consolidati e che, secondo le buone intenzioni riformiste della Casa delle libertà come cartello elettorale, essi stessi dovrebbero combattere e ai quali dovrebbero sostituirsi.

L’elemento strutturale è la crisi della leadership di Berlusconi, che di questa variabile sovrastrutturale non sembra aver tenuto conto a sufficienza; che oscilla sistematicamente fra riformismo e desiderio di essere accettato dall’establishment e dal sistema di poteri consolidati e che dichiara di voler combattere; che è prigioniero del complesso di istituzioni e di culture sub-burocratiche che fa, peraltro correttamente secondo la logica propria di ogni democrazia liberale, da peso e contrappeso ai poteri del governo.

Così, anche il crack della Parmalat, quello della Cirio e quelli che, malauguratamente, ne dovessero seguire, si esauriranno, probabilmente, nel gran chiacchiericcio che se ne fa sui giornali secondo consuetudine italica: cambiare qualcosa, o fingere di cambiare qualcosa, affinché non cambi nulla. Eppure, se l’Italia non vuole fare, prima o poi, la fine dell’Argentina, dovrebbe darsi una regolata. Ma se non se la dà la sinistra, che di quell’establishment e di quel sistema di poteri è stata, finora, la rappresentanza politica, e non se la dà neppure la destra, che pure prometteva di dare una scossa al Paese, chi mai gliela darà? Il rischio, che piaccia o no, è che gliela dia una sorta di 8 settembre della finanza e dell’industria. Perché, in Italia, per vincere una guerra, bisogna prima di tutto perderla.

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