Giovanni Minoli: l’Italia ha l’occasione per ritrovare la propria identità

1 Marzo 2020, di Leopoldo Gasbarro

Era da un pò che non lo sentivo. Giovanni Minoli.

Poi stamattina, casualmente, mentre rivedevo alcune vecchie foto ne ho trovata una in cui eravamo assieme. Quel giorno alla Camera dei Deputati parlavamo del bello dell’Italia, di quanto ci fosse di buono in questo Paese e di quanto noi stessi, noi italiani non ce ne rendessimo conto.

Non resisto.

Prendo il telefono. E’ ora di pranzo.

Non chiamo direttamente preferisco inviargli un messaggio da WhatsApp. “Ciao Giovanni, quando posso farti uno squillo?”.

La risposta arriva pochi secondi dopo. “Quando vuoi”.

Sono curioso. Curioso di sapere cosa ne pensi uno come lui di tutto il caos che ci corre attorno. Lui che ha raccontato la Storia d’Italia come pochi hanno saputo fare, lui che la storia l’ ha precorsa e scritta, un’idea di quello che sta accadendo dovrà averla per forza.

Mentre lo chiamo ricordo quando mi raccontò di come avessero fatto ad avvicinare gli italiani all’uso dei treni.

“La comunicazione è fondamentale per orientare i comportamenti. Non sto parlando di manipolazione – mi spiegò – ma di comunicare in modo che la gente comprenda. Sai, per raggiungere tutti, abbiamo usato persino le sceneggiature cinematografiche. Nei nostri film, nei nostri serial, utilizzavamo immagini positive: treni che arrivavano in orario, stazioni pulite, vagoni comodi, controllori sorridenti e gentili. Mostravamo agli italiani ciò che l’Italia sarebbe stata in grado di fare. Pensa all’importanza- aggiunse – delle linee ferroviarie nel nostro Paese”.

Quel ricordo si dissolve non appena riascolto il tono “noto” della sua voce. Gli risparmio i convenevoli. Li risparmio anche a voi. In questo periodo evito anche di chiedere “come stai” a chiunque non veda da un pò.

“Cosa ne pensi?”. Gli chiedo senza girarci troppo attorno.

Ho la percezione che quella domanda gli faccia perdere la pazienza. Si inalbera quasi e riprende da dove il mio ricordo si era interrotto. “Cosa vuoi che ti dica – replica con voce decisa – che mi sembra di essere in una commedia dell’assurdo. Sono senza parole Leo – mi spiega – per me che mi occupo di comunicare da una vita quello che ho visto in questi giorni mi fa venire i peli dritti. Quello a cui stiamo assistendo non è altro che una sorta di “Campagna del Grande Fratello”. Non c’è una logica, una dimensione corretta. Noi che viviamo di turismo abbiamo distrutto il nostro turismo, attacchiamo ospedali e medici nonostante lo straordinario lavoro che proprio questi stanno facendo e con grandi sacrifici personali. Ci siamo dati l’etichetta di “Untori del Mondo”, così all’estero non vorranno neanche gli straordinari prodotti che siamo in grado di realizzare. Questo è stato il modo migliore per affossare le nostre imprese. Non credo – conclude sull’argomento Minoli- si potesse fare peggio di così”.

E per tutto il resto?

“Dal punto di vista personale è una tragedia. Scontiamo gli effetti di una globalizzazione  che ci rende ancora più fragili. Ma a volte ci rende anche incapaci di difenderci

Giovanni fa un bel respiro prima di riprendere il suo discorso.

“ La globalizzazione senza controllo ha un altro difetto, quello di far esplodere i nazionalismi o, addirittura, i regionalismi. Abbiamo sempre più problemi di identità, sia come popolo sia come singoli individui. Ma certe situazioni nascono anche per questo. Noi abbiamo il dovere di saperci ritrovare, di mettere assieme forze, competenze, risorse economiche e dimostrare quello che questo Paese è in grado di fare.

Te lo ripeto Leo – mi dice prima di salutarmi – di tutta questa vicenda avrei fatto volentieri a meno. Ma credo che rappresenti una grande opportunità di crescita in ogni direzione. Per questo è giusto farlo, è giusto fare di più di quanto ognuno di noi, normalmente, sia abituato a fare”.

Sto per chiudere la comunicazione. Ci siamo già salutati. Ma la sua voce richiama la mia attenzione.

“Scrivilo, scriviamo che siamo un grande Paese. Ne usciremo migliori, migliori di quanto non siamo stati capaci di fare finora”.

Parlare con Giovanni Minoli mi fa star bene. Rileggo l’articolo e mi accorgo che per la prima volta, da qualche giorno a questa parte, non ho scritto neanche una volta il nome del Virus. Che sia un buon segno?