Gilead annuncia i risultati della fase 2 per regimi a base di sofosbuvir in pazienti affetti da

4 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

Gilead Sciences, Inc. (Nasdaq: GILD) oggi ha annunciato i risultati di due studi di fase 2 per la valutazione di un regime di trattamento per sola via orale dell’analogo nucleotidico sperimentale sofosbuvir, somministrato in monodose giornaliera con ribavirina (RBV), sia per la prevenzione che per il trattamento dell’infezione da virus dell’epatite C (HCV) cronica recidivante in pazienti che si sottopongono a trapianto di fegato. I dati risultanti verranno presentati questa settimana alla 64a edizione della riunione annuale dell’Associazione americana per lo studio delle malattie epatiche (American Association for the Study of Liver Diseases) (Simposio sul fegato 2013) che si terrà a Washington (Distretto di Columbia). L’infezione da HCV è la causa più frequente di trapianto di fegato negli Stati Uniti e in Europa. La recidiva dell’infezione da HCV è universale tra i pazienti con patologia attiva all’epoca del trapianto e il tasso di coloro che sviluppano cirrosi epatica entro cinque anni raggiunge il 50%. La soppressione dell’RNA HCV prima del trapianto di fegato si suppone che riduca il rischio di infezione recidiva e delle sue complicanze gravi, ma le opzioni di trattamento attualmente a disposizione sono spesso prive d’efficacia e mal tollerate. Allo stesso modo negli esiti del trapianto il trattamento è generalmente mal tollerato e complicato da forti interazioni farmacologiche con gli agenti immunosoppressori usati per prevenire il rigetto del fegato trapiantato da parte dell’organismo. In uno studio condotto tra pazienti HCV prima del trapianto (studio 2025), è stato somministrato un massimo di 48 settimane di terapia sofosbuvir/RBV. Tra i pazienti con HCV non rilevabile (