Giappone: Aziende hi-tech, venti di protezionismo

26 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il Giappone ha in programma un irrigidimento delle regole che limitano la vendita all’estero delle tecnologie della difesa collegate alla sicurezza nazionale e porrà sotto sorveglianza i casi di acquisto da parte di investitori esteri su una vasta gamma di aziende nipponiche.
La lista dovrebbe includere i produttori di alcuni tipi di fibre al carbonio e ottiche, gli acciai speciali, una parte della metalmeccanica, sensori, apparecchiature per le misurazioni e supercomputer assieme alle armi in generale, il settore dell’energia nucleare e l’aeronautica già soggetti a limitazioni di fusioni e acquisizioni estere.
Secondo gli analisti, però, le regole sono vaghe e potrebbero finire con il bloccare gli acquirenti stranieri a dispetto della volontà dichiarata da Tokyo di raddoppiare entro il 2010 il flusso degli investimenti dall’estero. Secondo i fund manager, inoltre, la mossa potrebbe risultare distorsiva dei prezzi. Peter Tasker, consulente di strategie per Dresdner Kleinwort dice che “le restrizioni sono troppo ampie e allo stesso tempo vaghe”. Tutte le società preda finiranno con il fare lobby presso il Governo e i Keidanren (lobby industriali) per dichiararsi “importantissime per la difesa nipponica e chiedere protezione governativa”, aggiunge.
Il ministero dell’Economia, Commercio e Industria intende anche mettere sotto esame 30-40 prodotti high-tech con potenziali applicazioni militari per vedere se quote estere oltre al 10 per cento rappresentino un rischio alla sicurezza nazionale.
La nuova normativa è ancora in discussione presso i ministeri competenti e sarà sottoposta al commento pubblico forse già da luglio, ha detto un funzionario del ministero dell’Economia e Commercio.
Tra i produttori interessati alle nuove misure ci sono colossi dell’elettronica e materie prime come Mori Seiki, Fanuc, Nippon Steel Corp., Daido Steel Co. o Toray Industries.
Il Governo e la Nippon Keidanren, numero uno delle lobby industriali, dicono tuttavia che la riforma vuole impedire che terroristi e Paesi nemici del Giappone ottengano tecnologie militari chiave e che non impedirà le normali fusioni. Il Giappone, dopo l’attacco alle Torri gemelle, ha risposto con meno vigore di Usa ed Europa e recupera ora, in particolare dopo alcuni casi di esportazioni illegali a Paesi come Libia o Cina di elicotteri nipponici e macchinari.
Tasker legge tuttavia anche un nervosismo tradizionale a Tokyo in caso di acquisizioni estere. “Si allarmano anche quando qualcuno cerca di comprare un produttore di condimenti”, spiega, ricordando il tentativo di acquisizione del fondo hedge Usa Steel Partners sul produttore di salsa Worcestershire, Bull-Dog Sauce.
Gli investimenti esteri in Giappone sono stati il 2,4 per cento del Pil nel 2005, nonostante un raddoppio in cinque anni, contro il 13 per cento degli Usa e il 41 per cento in Gran Bretagna. Nel 2006 sono entrati 43 miliardi di dollari, il 60 per cento in più dell’anno prima. In un contesto del genere l’appoggio governativo diventerà ancora più cruciale per i potenziali compratori.
Kenju Watanabe, avvocato specializzato in fusioni e acquisizioni allo studio Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom, ritiene importante che le nuove regole includano misure che favoriscano equità di giudizio e aumentino la transparenza, oppure che consentano agli investitori di risolvere i problemi di sicurezza, ad esempio limitando il controllo delle divisioni a rilevanza militare.
“E’ raro trovare situazioni in cui tutta la società target è coinvolta in operazioni meritevoli di attenzione dal punto di vista della sicurezza nazionale”, dice l’esperto legale.
Intanto Nintendo ha superato ieri Sony nella classifica delle aziende a maggior capitalizzazione in Giappone, diventando per la prima volta una delle 10 società più importanti del Paese e mettendo fine al dominio decennale di Sony nel settore dei videogame. Ora Nintendo entra nell’olimpo delle aziende giapponesi, assieme a marchi storici come Toyota, Honda e Canon. Le azioni della casa produttrice della console campione d’incassi Wii sono salite ieri in Borsa dell’1,5 per cento, portando il valore complessivo dell’azienda a 6.540 miliardi di yen (circa 40 miliardi di euro), mentre Sony ha perso l’1,1 per cento, scendendo a 6.500 miliardi di yen di capitalizzazione. Tra i motivi del sorpasso vi è sicuramente l’enorme successo della console Wii di Nintendo, che al momento sta battendo la nuova PlayStation 3 di Sony sia nel mercato giapponese che in quello statunitense. In Giappone, le vendite di Wii sono tre volte superiori a quelle di Ps3, mentre negli Usa la console di Nintendo vende più del doppio di quella di Sony, secondo quanto riportato dalla casa editrice di riviste specializzate in videogames Enterbrain e la società di ricerca Npd.
Infine, il vice ministro delle Finanze giapponese, Hideto Fujii, ha ammesso di osservare con molta attenzione i movimenti del mercato valutario e ribadisce che le quotazioni dei cambi dovrebbero essere definite dai fondamentali dell’economia. Al vice ministro è stato chiesto di commentare il rapporto pubblicato due giorni fa dalla Banca dei regolamenti internazionali, che definisce “anomalo” il continuo declino del valore dello yen. “Non discuterò i contenuti del rapporto della Banca”, ha detto Fujii in una conferenza stampa. “L’economia giapponese sta seguendo un trend favorevole”, ha aggiunto. Nel mercato valutario lo yen è nuovamente in difficoltà, vicino ai minimi di quattro anni e mezzo sul dollaro e al record negativo di tutti i tempi contro l’euro, con gli investitori pronti ad avvantaggiarsi del basso rendimento per finanziare attività ad alto ritorno. I tassi d’interesse nipponici, allo 0,5 per cento, sono i più bassi del G7.
d. r