Giappone: Auto, conti dei gruppi in salute

23 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

I costruttori giapponesi fanno la parte del leone negli ultimi sei anni sul mercato dell’auto, aumentando in maniera significativa i margini operativi, che in media nel 2006 risultano dell’8 per cento, ovvero più del doppio rispetto a quanto raggiunto dai gruppi europei (3,3 per cento). Lo afferma un rapporto di Euler Hermes, secondo il quale la “crescita fenomenale dei grandi gruppi del Sol Levante si deve al successo del prodotto offerto e allo yen debole, considerato che, a partire dal 2000, la moneta unica si è apprezzata del 50 per cento rispetto alla valuta nipponica, con una crescita del 15 per cento nel solo 2006”. Secondo il rapporto, inoltre, il margine operativo delle grandi case giapponesi (Toyota, Nissan, Mazda, Mitsubishi, Honda) sarà dell’8,5 per cento nel 2007, mentre per i gruppi europei la previsione per l’anno in corso è del 4,1 per cento, “grazie soprattutto al consolidamento di Volkswagen, DaimlerChrysler e Fiat. Siamo comunque lontani – nota Euler Hermes – dall’obiettivo del 6 per cento annunciato dalle case automobilistiche e che ci pare un po’ ottimista”. Il rapporto si sofferma anche sulla situazione occupazionale del settore in Europa, dove si registra un andamento in chiaroscuro, dovuto al fenomeno di delocalizzazione delle imprese dall’Ovest all’Est e con la prospettiva di una riorganizzazione del settore che porterà alla perdita di altri 100mila posti entro il 2009. Se le recenti aperture di stabilimenti nei Paesi dell’Est nuovi arrivati nell’Unione (Repubblica Ceca, Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) hanno prodotto – prosegue Euler Hermes – un incremento occupazionale di 90mila unità negli ultimi sei anni, nell’Ue a 15, viceversa, si registra nel periodo una flessione di 117mila impieghi. Nel dettaglio, l’occupazione nel settore aumenta del 41 per cento nella Repubblica Ceca (da 78.700 a 111mila), del 32 per cento in Ungheria (da 33.200 a 44mila), del 25 per cento in Polonia (da 88mila a 110.200), del 62 per cento in Slovacchia (da 36mila a 58.400), del 31 per cento in Slovenia (da 7mila a 9.200). In totale negli ultimi sei anni nei suddetti Paesi l’occupazione passa da 310mila unità complessive a 400mila. Per quanto riguarda l’Europa dell’Ovest, la perdita negli ultimi sei anni di 117mila unità si deve ai costi del lavoro, che portano sia i costruttori che le aziende di componentistica a migrare verso i più convenienti Paesi dell’Est. I costi salariali orari, continua Euler Hermes, sono cinque volte inferiori nei nuovi Paesi dell’Unione. Per fare qualche esempio aggiornato all’anno in corso: 6,2 euro per la Slovacchia, 6,4 euro per la Repubblica ceca, 11,5 euro per la Slovenia. Per contro, lo stesso onere è di 28,6 euro per la Germania, 30,3 euro per la Francia e 21,9 per l’Italia (con una crescita contenuta rispetto ai 19 del 2000).