GERONZI, L’ELEMOSINIERE BIPARTISAN

23 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Impallinato il piccione, adesso tocca al passero. A prevederlo era stato lo stesso presunto uccellino, alias Cesare Geronzi, in una gustosa metafora che risale al 2003, quando Giulio Tremonti già imbracciava la carabina puntando sul volatile più grosso, il piccione Antonio Fazio. Il banchiere che Nino Andreatta chiamava «il ragionier Geronzi» e che scendendo da Marino, paesotto dei Castelli romani, divenne grande elemosiniere della prima e della seconda Repubblica, di Berlusconi, di Fini, come di Botteghe Oscure, l´uomo cui tutti o quasi nel palazzo, a destra e a sinistra, a nord e a sud, devono qualcosa, di naso ne ha da vendere. E quando il piccione, suo sodale da un quarantennio, si infilò mani, piedi e parentado nella filibusta di Gianpiero Fiorani all´assalto di Antonveneta, abbandonò il suo «compagno di pellegrinaggi».

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A Lourdes e a Santiago de Compostela, come ha raccontato una volta Francesco Cossiga, i due andavano, con le rispettive signore, non a piedi come tutti i pellegrini, ma «con aerei privati noleggiati dalla Banca di Roma: la controllata che paga il biglietto al controllore e signora».
Ma la diaspora dei due pellegrini e delle rispettive consorti non è bastata a blindare gli armadi e il potere dell´uomo che aspira a diventare il Cuccia del nuovo millennio, insidiati da una ventina di magistrati che in varie procure indagano sui crac Cirio e Parmalat e su qualche altra vicenda non proprio commendevole.

Intendiamoci, Cesare Geronzi per noi è innocente finchè non sarà provata la sua colpevolezza. Ma la sua scalata è una di quelle «success story» nutrite di intelligenza e scioltezza, di furbizia e spregiudicatezza, di vivacità e sfacciataggine, che simboleggiano un po´ l´intera parabola di questo paese.
Che effetto le fa – gli chiesero una volta – aver conquistato il Banco di Sicilia? E lui, serio serio:

«Bello, ho fatto il militare a Palermo». Dopo il militare, nei primi anni sessanta, Geronzi entra da impiegato in Banca d´Italia, un anno prima di Fazio. Non molti anni dopo lo ritroviamo capo dell´Ufficio Cambi, uno snodo allora centrale a difesa della liretta. Florio Fiorini, grande esperto all´Eni di speculazioni sui cambi e fondi neri, quel periodo sul finire degli anni Settanta l´ha raccontato così: «C´era una cordata di amici, ci avevano soprannominato la banda dei sette, eravamo il terrore delle banche centrali.

Ogni tanto mi chiamava il dottor Geronzi, responsabile dei cambi di Bankitalia: dottor Fiorini – mi faceva – non le sembra che lei e i sui amici stiate un po´ esagerando? Io chiamavo gli altri: ragazzi, il dottor Koch – così lo chiamavamo in codice – è incazzato, qualche giorno di tregua, please».

Quando Guido Carli si dimise da governatore e il dottor Koch ebbe la definitiva certezza che nel palazzo di cui gli avevano affibbiato il nome il suo amico Antonio Fazio e Lamberto Dini avrebbero fatto più carriera di lui, se ne andò con Rinaldo Ossola al Banco di Napoli, per poi passare a dirigere la Cassa di Risparmio di Roma, vecchio feudo democristiano e papalino. Così comincia la vera scalata al potere. Con il benestare del Vaticano, della Dc e del Psi, Geronzi assorbe il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma. Poi verranno la Banca Nazionale dell´Agricoltura, il Mediocredito Centrale, il Banco di Sicilia, Bipop, Fineco.

Nel 2002 arriva in Borsa la nuova holding Capitalia: 2000 sportelli, 30 mila dipendenti.
Ma per gli sportelli il dottor Geronzi non ha smodata passione. Quel che è in cima ai suoi pensieri, ciò che quasi materializza il sogno di reincarnare Cuccia nel nuovo millennio, è quell´8,4 per cento di Mediobanca e quel 3,19 per cento di Generali nel portafoglio di Capitalia (ergo «Il Corriere della Sera»), che lo mettono al centro degli equilibri del bancocentrico capitalismo italiano, in una fase di grandi cambiamenti. Di equilibrismi il dottor Koch ha vissuto tutta la vita. Nato con la politica da banchiere pubblico, ha prosperato con la politica da banchiere privato. Prima o seconda repubblica per lui «pari son»: da An alla Quercia, dagli amici del Manifesto a Forza Italia.

Forse qualcuno ricorda ancora che quando Berlusconi era sull´orlo del fallimento, con Comit e Credito Italiano che gli chiedevano di rientrare dal mostruoso debito, era stato lui a salvare il Biscione. Ma l´animo bipartisan è grande, contiene tutti: aiuta i diesse esposti per 502 miliardi di lire, «ristruttura» i debiti, pur meno consistenti, del Ppi e del Cdu. Cesarone o Penna Bianca, come lo chiamano gli estimatori, «è un ottimo taxi», sintetizza una volta Paolo Cirino Pomicino, richiamando la celebre frase di Enrico Mattei, capo del primo Eni, che si vantava di usare i partiti, per l´appunto come un taxi.

Immunità diplomatiche a 360 gradi per il destro banchiere di Marino, rafforzate dall´ottima stampa e dal calcio, che pure ora, con il Gaucci furioso, rischia di bruciacchiargli un po´ le mani, già ben a rischio con Cirio e Parmalat. E´ lui tanti anni fa a scoprire le doti di Bruno Vespa e dei suoi congiunti, affidandogli la direzione di «Risparmio Oggi», rivistina aziendale oggi ribattezzata «Capitalia» e tuttora nelle sapienti mani di famiglia. E´ lui a non lesinare con la Mmp, creata insieme a Biagio Agnes, minimi garantiti pubblicitari a tutti, ma proprio a tutti, da «Topolino» al «Secolo d´Italia», dall´»Osservatore Romano» a «Class». Buco finale: 450 miliardi di lire di nove anni fa. Ignota, invece, la perdita nella breve vita de «L´Informazione», fondato con il solito duo Tanzi – Cragnotti.

Pubblicità e calcio, calcio e pubblicità hanno poi contagiato tutta la famiglia. La figlia maggiore Benedetta si occupa di spot pubblicitari con Luigi Carraro, figlio di Franco. La minore, Chiara, ha fondato la più importante agenzia sportiva italiana. Indovinate con chi? Con Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, Francesca Tanzi, figlia di Calisto, e Alessandro Moggi, figlio di Luciano. Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco e poi direttore generale della Lazio ne è stato solo un dipendente. Chissà che voleva dire Gaucci quando dalla latitanza ha ambiguamente parlato della famiglia Geronzi e di 85 milioni di euro da lui sborsati.

La Ciappazzi-story, l´azienda di acque minerali rilevata da Tanzi nel 2002 che ha portato ieri all´interdizione di Geronzi, sarà pure microscopica, ma cade nel pieno delle grandi manovre. Non più tardi di giovedì scorso, l´agenzia Radiocor, per dirne una, raccontava del progetto Intesa – Capitalia per la nascita di un vero «campione nazionale» capace di resistere agli appetiti stranieri, favorito «dai rapporti eccellenti» maturati negli ultimi mesi tra Geronzi e Giovanni Bazoli, a dispetto di quelli «gelidi di un tempo».

Ma chissà se un passero, se non impallinato, interdetto potrà volare tanto alto, anche se riuscirà ad evitare l´avverarsi della profezia che lo accomunava a Fazio:
«Simul stabant, simul cadent».

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