GERONZI:
‘NON SONO IO
L’ OBIETTIVO’

7 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

“Sono più che tranquillo, perché sulla vicenda Cirio sono stato un osservatore distaccato, ma anche impietoso. Sono più che sereno, perché come banchiere so di avere la coscienza a posto. Ma se devo essere sincero, sono anche amareggiato come uomo, perché mi sento aggredito da un clamore mediatico intollerabile, e come cittadino, perché vedo che al peggio, in questo Paese, non c’è mai fine…”.

Alle 12 e 30 del tiepido sabato romano, il quarto piano della sede di Capitalia, a via del Corso, è quasi deserto. Qualche passo sporadico risuona ogni tanto, sui marmi lucidi dei corridoi. Chiuso nel suo grande ufficio, Cesare Geronzi “tortura” la sua penna, tra una telefonata e l’altra, qualche discreta irruzione della sua segretaria, e l’ennesima occhiata ai giornali, che oggi parlano di lui: “Crac Cirio – titolano – indagato Geronzi”.

Brutto colpo. Non lo dice, perché ufficialmente non vuole parlare. Ma forse se l’aspettava, una “sorpresa” dalle Procure. D’altra parte, non era stato Tremonti a sussurrare che la vicenda Cirio sarebbe stata una “Pearl Harbour” per certi banchieri? Non era stato il ministro del Tesoro a dire il 16 ottobre “se ne occuperà la magistratura”, dopo che il governatore della Banca d’Italia Fazio aveva disertato un Cicr convocato proprio per metterlo in mora per l’omessa vigilanza sui bond di Cragnotti? Per come la vede il presidente di Capitalia, l’attacco è cominciato. Ma lui, proprio perché lo immaginava, giura che non farà come gli americani, sorpresi all’alba dai kamikaze giapponesi.
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Lui si difenderà, ed è sicuro di vincere la battaglia. “Le accuse che mi muovono sono risibili”, dice. In mattinata, nel suo ufficio, ha avuto un mini-vertice con gli avvocati. Guido Calvi lo ha rassicurato una volta di più: “L’impianto accusatorio cadrà come un castello di carta”. “Non è vero che il ricavato dei bond sia stato usato per alleviare le nostre pretese di rimborso. Semmai è vero l’esatto contrario…”.

Capitalia rappresenta una fetta marginale, nella torta delle obbligazioni Cirio. Una quota di 110 milioni di euro, su un totale di 1 miliardo e 125 milioni di euro in un un pool di banche, compresa Ubm (gruppo Unicredito) e Jp Morgan. E nella gestione dei bond – assicura il presidente – la banca romana è esposta, nel dare e avere, per appena 15 milioni di euro. “Gli operatori che hanno commesso irregolarità vanno colpiti, i clienti vanno rimborsati: faremmo un favore a noi stessi, se rimborsassimo la nostra quota…”. Ma sarebbe un guaio per le altre banche, molto più esposte di Capitalia sui bond di Cragnotti.

A parte questi aspetti “quantitativi”, l’ipotesi di reato contestata dai procuratori romani Achille Toro e Tiziana Cugini lascia di sasso il superbanchiere di via del Corso. Bancarotta preferenziale, e l’accusa di aver ridotto i crediti concessi alla Cirio con l’incasso dei proventi dell’emissione obbligazionaria. “Abbiamo documenti e cifre per annientare questa ipotesi accusatoria”, dice Geronzi. I magistrati contestano: Capitalia “doveva” essere a conoscenza dello stato di insolvenza di Cragnotti, visti i “particolari rapporti” di quest’ultimo con il presidente dell’istituto di credito. Ma anche su questo punto, il numero uno di via del Corso è categorico: perché “doveva” essere a conoscenza? Solo perché la banca possedeva il 4% del gruppo di Cragnotti? I magistrati non sanno forse che il rappresentante di Capitalia non ha mai partecipato alle riunioni del cda della controllata?

Ancora: i magistrati scrivono che Geronzi “doveva accorgersi fin dal ?99” dei rischi di default della Cirio. Ma di nuovo, il superbanchiere respinge con forza l’addebito: come poteva sapere allora che il bilancio Cirio, regolarmente certificato da primarie società di revisione, era stato in realtà truccato, visto che esponeva 507 milioni di euro definiti come “crediti certi ed esigibili”, poi spariti dai conti tre mesi dopo? La verità, sostiene la difesa di Geronzi, è che Capitalia, come le altre banche, ha saputo che Cragnotti sarebbe incappato in un default solo alla scadenza del primo bond.

Il patto con “la fattucchiera” del settore alimentare prevedeva che gli istituti coinvolti avrebbero proceduto al rimborso se anche Cragnotti avesse provveduto al rinnovo, rimborsando di suo almeno il 50% dei bond. Si era formalmente impegnato a farlo. E invece, secondo Via del Corso, solo il giorno dopo il default comunicò per lettera, alle banche, che non era in grado di provvedere. “A quel punto – osserva Geronzi – il bubbone era esploso…”.

Squilla e risquilla il telefono, nell’ufficio silenzioso. Amici, e anche “alleati”. Giovanni Bazoli e Alessandro Profumo da Milano, per esempio. Un altro banchiere gli ha detto “Caro mio, fai bene ad essere tranquillo, anche se non è facile difendersi quando si ha la consapevolezza che, chi ti attacca, lo fa con moventi diversi da quelli che sembrano…”. Vincent Bollorè, da Parigi, gli ha espresso “piena solidarietà”. E poi Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia. Forse il vero obiettivo di certi politici della maggioranza, così solerti a strumentalizzare l’iniziativa giudiziaria della Procura contro Geronzi. Nel centrodestra funziona questo strano “uso alternativo” della giustizia: i pm che a Milano processano il grande Imprenditore d’Italia sono eversori irresponsabili, mentre i pm che a Roma indagano su un grande banchiere sono civil servant irreprensibili.

Geronzi si limita ad esternare la sua amara sorpresa, per come è stata “gestita” la vicenda del suo avviso di garanzia. Perquisizioni nelle sue abitazioni private, conferenze stampa sull’inchiesta. “Perché tanto clamore?”, si chiede il banchiere. Il clamore ha prodotto clamore.

La Malfa e Cossiga hanno immediatamente acceso i riflettori sulla Banca d’Italia: dov’era la Vigilanza, mentre Cragnotti falliva, le banche chiudevano un occhio e tanti risparmiatori venivano truffati? Non è ora di ?mettere le manì su Via Nazionale?.
Questo, al fondo, è forse il vero snodo della vicenda Cirio-Capitalia. Geronzi non lo può confermare. Ma tra i grandi banchieri c’è la ragionevole certezza che nel centrodestra, lungo l’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti, il caso Cragnotti sia solo il pretesto per sferrare l’attacco finale alla Banca d’Italia.

Ci provarono già nel 1994, e gli andò male. Adesso tornano alla carica. E paradossalmente, pensano i banchieri vicini a Palazzo Koch, la stessa appassionata difesa del ruolo e dell’operato della Banca centrale, pronunciata dal presidente della Repubblica Ciampi dieci giorni fa per il trentennale dei dipendenti, abbia indotto i “falchi” del governo ad accelerare l’aggressione contro una delle poche istituzioni repubblicane che ancora sfuggono al controllo del potere politico.

“Io so solo una cosa – ragiona ancora Geronzi – in Banca d’Italia ci sono cresciuto, ci ho lavorato per tanti, tanti anni. E’ una grande istituzione, un patrimonio della democrazia italiana: è ?governativà per definizione, perché aiuta l’esecutivo nella comprensione dei grandi fenomeni dell’economia e tutela un bene costituzionale come il risparmio. Ma è anche un organo di garanzià per le opposizioni, perché i numeri e le indagini che elabora sono verità asettiche, al servizio di tutto il Paese e non sempre e non necessariamente a beneficio esclusivo delle sue maggioranze”. Con altre parole è lo stesso concetto che il Capo dello Stato ha espresso il 27 novembre scorso. Ma per buona parte del Polo, questo principio elementare è pressocché inconcepibile.

Gli stessi banchieri vicini a Palazzo Koch, nei colloqui tra loro, ricordano spesso che tra il Tesoro e la Banca centrale tutto sembrava procedere bene, fino a un Forex a Lodi, poco più di un anno fa: il governatore fece come sempre il suo mestiere, ma commise il “reato di lesa maestà” permettendosi di avvertire il governo che il deficit stava andando fuori controllo. Da allora, i rapporti sono cambiati. Da allora, Tremonti ha lanciato la grande offensiva su Via Nazionale, considerato “un mandarinato” da espugnare. Nel frattempo, hanno cominciato a circolare mille ipotesi politiche sul dopo-Berlusconi. Il nome di Fazio gira da mesi. Tanto basta per farne un nemico giurato. “Ma voglio rassicurare tutti – commenta Geronzi – io lo conosco da tanto tempo, so che ama e sa fare troppo bene il suo mestiere: non credo proprio che scenderà in politica…”.

Non basteranno queste parole, a convincere il Cavaliere, il Senatur o il ministro del Tesoro. Per questo l’operazione, partita con Geronzi, avrà probabilmente sviluppi ulteriori. Sul piano giudiziario, il superbanchiere non se ne preoccupa. “Sono a posto io, è a posto l’istituto che presiedo. Capitalia dà fastidio a qualcuno? Non lo voglio pensare. So solo che, se mi guardo alle spalle, vedo quanta strada abbiamo fatto. La fusione tra la Cassa di Risparmio di Roma, il Santo Spirito e la Banca di Roma, l’acquisizione della Cassa molisana: furono veri e propri salvataggi, abbiamo preservato un patrimonio creditizio e una ricchezza che oggi è tornata nella piena disponibilità del sistema. E quelle operazioni le feci con Ciampi governatore della Banca d’Italia. E poi il Banco di Sicilia e il Mediocredito centrale: dicono che me li hanno regalati? Vincemmo una gara regolare, indetta da Ciampi e Draghi al Tesoro, e sborsammo 4 mila miliardi di vecchie lire. E infine Bipop-Carire: quel “bagno” preso sulla New Economy, senza il nostro intervento, si sarebbe trasformato nella vera Enron italiana…”.

E’ ora di pranzo. Il sabato lavorativo di Geronzi è quasi finito. “Vado a casa, da mia moglie e tra i miei libri…”. Nell’umore, sarà un week-end un po’ diverso dagli altri. “Da italiano – conclude – mi sento solo un po’ avvilito. Uscirò a testa alta da questa storia. Ma temo di essere un passero, mentre la vera caccia è a un piccione…”.

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