GENERALI, UNA GUERRA PER VOLTA

4 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

Vi diciamo quello che abbiamo capito (poco) dello scontro duro sulle Generali di Trieste.

1. E’ un’operazione di mercato, come dice il governatore Antonio Fazio. Le banche che vogliono mettere le mani sul colosso assicurativo desiderano liberarsi di Vincenzo Maranghi, l’erede di Enrico Cuccia alla testa della potente banca d’affari Mediobanca, di cui le banche stesse sono azioniste (frustrate dal potere autonomo del management e insospettite dalle sue alleanze con la finanza francese, che possono portare alla blindatura di quel potere autonomo). Per questo sono disposte a sborsare molti quattrini e a chiamare a raccolta molte forze (le fondazioni bancarie, in testa quella di Paolo Biasi, il San Paolo e se ci riescono i fondi).

Non riuscendo ad avere ragione di Maranghi dentro Mediobanca, gli azionisti provano a sottrargli il controllo di Generali o a condizionarlo. Maranghi aveva proposto loro, dopo un lungo braccio di ferro, un patto che le banche hanno rifiutato per ormai consolidata diffidenza nei confronti dell’uomo e dei suoi comportamenti: Maranghi voleva lasciare, ma affidare alle banche popolari guidate da Roberto Mazzotta un nuovo decisivo ruolo nell’azionariato, mettendo in salvo la struttura del management e la squadra “tecnica” della banca d’affari.

2. E’ un’operazione di mercato condizionata da una presenza tutelare del governatore, che da tempo usa con una controversa larghezza dei suoi poteri di vigilanza sul sistema bancario e si espone all’accusa di agire discrezionalmente.

Il governatore si è per questo reso inviso a molti ambienti finanziari e politici, che vorrebbero farlo saltare. Una leva per colpirlo sono le difficoltà di un grande istituto di credito, Capitalia, la cui delicata situazione è nelle mani di Cesare Geronzi, banchiere della covata Bankitalia e storico alleato di Fazio. C’è poi il solito bla bla bla sul conflitto tra finanza cattolica e laica, e più specificamente tra consorterie massoniche e finanza legata all’Opus Dei (ma qui la cronaca rischia di sfociare nella nota di colore).

3. E’ un’operazione di mercato condizionata dalla politica, perché i banchieri che l’hanno lanciata (Alessandro Profumo e, in cabina di regia, Giovanni Bazoli) si sono nel tempo costruiti un’immagine, derivata almeno in parte dalla sostanza, di “banchieri di sinistra” e più specificamente prodiani. Ma anche per altre ragioni.

Il capo del governo è comproprietario di Mediolanum, un socio importante di Mediobanca, che si tiene fuori ma può sempre finire dentro il conflitto (anche di interessi). Inoltre, Mediobanca ha un ruolo importante nella proprietà del maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, da sempre al centro degli appetiti politici universali.

Tuttavia lo scontro sul potere finanziario forte è più importante dello scontro intorno al potere politico debole, e così sono i partiti e il governo e l’opposizione a essere divisi trasversalmente dall’azione dei grandi della finanza (e non viceversa).

4. I nemici dell’assalto bancario alle Generali, e amici di Mediobanca, dicono che occorre scongiurare la formazione di un polo unico della finanza. Ma altri sostengono che una volta ottenuta la testa di Maranghi, gran carattere e testa dura, i vincitori torneranno a dividersi in una logica di mercato. Generali (e affini), una guerra alla volta.

In tutte queste anomalie una sola cosa è sicura: nessuno è in grado di dimostrare dove stia l’interesse del paese o addirittura di quella chimera che è il cosiddetto sistema-paese. E sulle regole del gioco assisteremo alla solita ingarbugliata e confusa partita all’italiana.

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