GENERALI:
UNA SFIDA
TUTTA ITALIANA

10 Dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Come era facile prevedere la bufera Generali non si è affatto calmata. Solo in quest´ultima settimana il titolo della compagnia assicuratrice di Trieste è salito di oltre il 6 per cento. E oggi la compagnia vale, in Borsa, 44 miliardi di euro. E questa è la valutazione del mercato, dopo alcune settimane di acquisti molto spinti.

In realtà, secondo alcuni le Generali sono già valutate troppo dal mercato. Secondo altri, invece, il valore intrinseco delle Generali è almeno doppio rispetto a quello fatto segnare venerdì scorso dalla Borsa italiana.

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Stabilire quanto vale una società non è mai facile. Io ricordo solo che più di vent´anni fa un alto dirigente della stessa Generali mi disse che un giorno si erano divertiti a fare una specie di gioco. Si erano messi intorno a un tavolo e avevano «accostato» tutti gli edifici che la compagnia possedeva allora nel mondo (a New York, Parigi, Milano, Londra, Hong Kong, ecc.) e ne era uscita una città grande come Padova. Dopo, come si sa, hanno continuato a comprare palazzi. Quanto varranno?

Ma, se vogliamo lasciar perdere gli immobili, basta scorrere l´elenco (quasi infinito) delle partecipazioni oppure ricordare, come mi segnala un banchiere milanese, che le Generali sono il primo azionista di SantIntesa, cioè della banca che nascerà dalla fusione Intesa-San Paolo Imi e che sarà la più grande d´Italia.
Quanto vale essere il primo azionista della più grande banca italiana? Quanto vale non solo in soldi, ma nel gioco del potere?

E infatti una delle tante piste che si possono seguire per spiegare la corsa attuale ai titoli delle generali è proprio quella del potere. Tracciare la mappa delle cordate oggi impegnate intorno al titolo Generali non è semplice. Ma, grosso modo, si può fare questo elenco:

1) Nel primo gruppo comprendiamo Mediobanca (che di fatto controlla da sempre Generali con una quota inferiore al 15 per cento), insieme a alcuni alleati minori, ma molto fedeli (come Salvatore Ligresti, ad esempio).

2) Poi c´è il partito del presidente, cioè di Antoine Bernheim, dietro il quale ci sono i francesi (molto forti in Mediobanca), e che può contare sull´alleanza-amicizia di Gerardo Braggiotti, banchiere d´affari dall´intelligenza quasi imbarazzante e da contatti che si estendono ovunque.

3) Infine, c´è la cordata più nuova e più interessante (e è quella che probabilmente ha dato il via alle ostilità). Si tratta della cordata costituita da Giovanni Bazoli (presidente di SantIntesa), da Alessandro Profumo-Unicredit, da Roman Zaleski (grande alleato di Bazoli da sempre), e dalla famiglia De Agostini.

4) Non si sa ancora bene dove collocare invece la Capitalia di Cesare Geronzi (appena sospeso dai giudici nel ruolo di presidente della banca), grande azionista sia di Generali che di Mediobanca, ma che in questo momento un po´ fuori gioco per cause di forza maggiore.
Che cosa vuole tutta questa gente e perché ha deciso di sfidarsi a colpi di miliardi?

Ognuno ha le sue ragioni (complesse), ma possiamo provare a semplificare. Quelli di Mediobanca, ovviamente, vogliono che non cambi nulla. Buona parte del loro valore (e del loro potere) deriva appunto dall´essere i «signori» delle Generali. E questo è chiaro. I francesi che stanno dietro le spalle di Bernheim vogliono contare sempre di più e, soprattutto, vogliono combinare buoni affari con l´immensa macchina finanziaria delle Generali. E quindi sanno che devono tenere le posizioni (in primavera c´è il rinnovo del consiglio di amministrazione, e questo è l´elemento scatenante).

Il gruppo di Bazoli ha motivazioni più urgenti, se vogliamo. Le Generali sono infatti il primo azionista di SantIntesa. Ma il primo azionista (e di fatto il controllore) di Generali finora è stato Mediobanca. Per la proprietà transitiva del capitale, si ricava che se Mediobanca è primo azionista di Generali, di fatto lo è anche di SantIntesa. In conclusione, Bazoli (sotto questa luce) sarebbe una specie di impiegato di Mediobanca. Figurarsi.

L´orgoglioso banchiere bresciano che ha costruito SantIntesa, pezzo dopo pezzo, come un muratore fa con un muro, partendo dal niente (la banca fallita di Roberto Calvi, che nessuno voleva, l´Ambrosiano) agli ordini di Mediobanca (da cui peraltro si è sempre tenuto alla larga e con la quale, semmai, in passato ha incrociato il ferro in cruenti scontri, da lui vinti)? Mai.
E ecco allora la battaglia. La posta, per tutti (tranne che per Mediobanca), è molto semplice: fare in modo che Mediobanca non sia più la padrona delle Generali. Fare in modo che il consiglio di amministrazione che verrà eletto in primavera configuri un nuovo equilibrio dentro la compagnia triestina.

Con Bazoli forte almeno quanto Mediobanca (si dice che i due pacchetti azionari già siano quasi equivalenti), e quindi indipendente da Mediobanca in SantIntesa (che è la cosa che gli interessa). Tutti gli altri, intorno, cercheranno a loro volta di portare a casa qualcosa. L´italianità non c´entra. Mai si è vista guerra azionaria più italiana di questa.

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