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G8, un summit tutto in salita per Putin

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Prepara con cura e nei minimi dettagli il suo esordio come padrone di casa del G8, per ricavarne il massimo ritorno di immagine, ma la strada si annuncia ora in salita per il presidente russo, Vladimir Putin: l’attualità internazionale, in primo luogo l’escalation in atto in Medio Oriente, irrompe nell’agenda del vertice di San Pietroburgo, in corso da oggi fino a lunedì prossimo, stravolgendone le priorità.
Che la crisi in atto al confine fra Libano e Israele sia destinata a fare la parte del leone, lo annuncia il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov: la situazione “è molto seria, tragica, drammatica”, tale da calamitare l’attenzione degli Otto Grandi. L’istanza è particolarmente sensibile per Mosca, che si trova presa tra due fuochi: da un lato, la massiccia immigrazione in Israele di ebrei russi permette un interscambio fra i due Paesi un tempo inimmaginabile, ma costringe il Cremlino a tenere ben presenti le istanze di Tel Aviv; dall’altro, la tradizionale vicinanza di sovietica eredità con i palestinesi spinge Mosca, unica nel G8, a tenere la porta aperta al dialogo diretto con i “terroristi” di Hamas, attuale leadership di Governo nei Territori. La posizione russa sullo scacchiere mediorientale è molto indebolita rispetto al passato, come dimostra in parte anche il tragico epilogo del rapimento in Iraq, all’inizio di giugno, di quattro funzionari e diplomatici d’ambasciata. Finora, i moniti profusi all’una e all’altra parte, ad Hamas perchè accettasse i principi della “road map” e al ministro degli Esteri israeliano, Tsipi Livni, per reazioni “moderate e proporzionate”, sembrano caduti nel vuoto.
Anche su altri punti dell’agenda internazionale la Russia ha posizioni, se non divergenti, quanto meno distinte da quelle dei colleghi del G8 e più vicine a Pechino che all’Occidente: è il caso del dossier nucleare iraniano, per il quale Lavrov due giorni fa ribadisce come Mosca non accetti l’ipotesi di sanzioni che potrebbero mettere in questione i suoi accordi tecnico-militari con Teheran. La Russia ha in ballo non solo il completamento della centrale atomica di Bushehr, sul Golfo Persico, ma anche la vendita di moderni sistemi missilistici antiaerei. E le inquietudini giapponesi per i test missilistici della Corea del nord sembrano lasciare fredda la leadership russa: che per quanto si sia mostrata ferma nel condannare gli “esperimenti” di Pyongyang, vuole da parte dell’Onu risoluzioni più morbide di quelle proposte da Tokyo.
Un altro capitolo delicato è quello sulla sicurezza energetica, che vede la Russia isolata nel G8 nel ruolo di Paese esportatore di petrolio e gas: Mosca parla di sicurezza nella domanda, gli altri, europei in testa, di sicurezza nei rifornimenti. E se da un lato la Russia vuole libero accesso ai mercati europei del settore, con la possibilità di investire nelle infrastrutture, dall’altro è estremamente restia a concedere diritti di sfruttamento sul suo territorio a compagnie estere. La Duma russa anzi approva in questi giorni una legge che “santifica” il ruolo monopolistico del gigante a controllo statale Gazprom sulle esportazioni di metano.
Meno problematici sono i temi della lotta alle epidemie e dell’istruzione, che pure figurano fra i punti cardine del G8 russo, e quello della guerra al terrorismo, sul cui fronte Putin mette a segno recentemente un colpo grosso: l’uccisione del ceceno Shamil Basaiev, responsabile della strage di Beslan e considerato legato ad Al Qaida e all’internazionale del terrore.
E sembra aver perso vigore, in nome di una più accorta diplomazia statunitense, la pur forte spinta critica verso l’autoritarismo del Cremlino, tema sul quale Putin si difende con veemenza in ogni possibile sede, concedendosi con frequenza inedita alle telecamere occidentali e anche, attraverso Internet, al pubblico interno. Resta poi l’istanza del ruolo egemone che Mosca è accusata di voler ancora esercitare sulle repubbliche ex sovietiche, ma è probabile che le difficoltà interne di una Ucraina alle prese con le contraddizioni della sua ritrovata autonomia suggeriscano di accantonarla almeno parzialmente.
Considerato all’inizio una sorta d’aeropago in cui i Grandi del Mondo siedono per indirizzare il Pianeta verso crescita e sviluppo e dirimere le tensioni, il vertice del G8 diventa così un catalizzatore di crisi, che i suoi protagonisti non hanno poi nè la capacità nè l’unità per risolvere. Da tempo, le tensioni internazionali tendono a salire in coincidenza con l’appuntamento annuale, quasi che le parti in causa cerchino d’attirare l’attenzione dei Grandi.