FRIEDMAN:
«IL DOLLARO TIENE. ANZI…»

24 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Il cambio euro-dollaro è in stallo dal mese di maggio. Tecnicamente e graficamente in laterale. Qualche volta si spinge verso il limite superiore della banda di oscillazione, a quota 1,29, altre volte si adagia sul supporto a 1,26. Secondo il consensus più diffuso, il biglietto verde dovrebbe crollare sotto il peso del deficit commerciale. Eppure non accade. Nonostante tutti i venti contrari, il biglietto verde non cede terreno. Ostinatamente. Ma perché? Dove trova la forza di opporre tutta questa resistenza?

Secondo alcuni osservatori del mercato la tenuta del dollaro dipende soprattutto dalle posizioni speculative: hedge fund e grande speculazione sono già largamente esposti a favore della valuta comune. Di conseguenza ipotizzare acquisti supplementari risulta difficile. Insomma le cartucce dei grandi gestori sono già state usate. E chi voleva vendere dollari contro euro, lo ha già fatto. A conferma, le transazioni registrate sui mercati future.

FONDAMENTALI. Passando in rassegna gli strateghi valutari sul mercato, ci si accorge che la stragrande maggioranza propende per un graduale deprezzamento della divisa americana. Come detto, sul dollaro grava l’ipoteca del deficit delle partite correnti, ingente e in continua espansione. Le uniche due grandi banche d’affari in Europa che scommettono sul biglietto verde sono Morgan Stanley (l’analista Stephen Jen ha un obiettivo d’equilibrio a 1,24) e il team del Credit Suisse che vede un certo margine d’apprezzamento per la valuta statunitense. A difesa del dollaro si schiera poi un gigante come Milton Friedman.

Raggiunto al telefono, il premio Nobel per l’economia ribadisce una sua ferma convinzione, secondo cui la maggiore forza dinamica dell’economia a stelle e strisce esercita un’attrattiva irresistibile sui detentori internazionali di capitali. Un elemento che favorirà una nuova ascesa della moneta Usa. Su un solo aspetto i due opposti schieramenti trovano un punto di vista comune: l’analisi di breve periodo, che indica un bilanciamento possibile delle forze in campo.

Come spiega Steve Quigley della Bca Research: «L’arcinoto disavanzo commerciale americano, unito al fatto che Jean-Claude Trichet intende stringere le condizioni del credito, sono elementi a favore dell’euro. Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare: il punto di massima accelerazione della congiuntura continentale è già alle nostre spalle». Un fatto provato dal calo della produzione industriale in Francia e dalla contrazione delle vendite al dettaglio in Germania. «Inoltre – aggiunge Quigley – c’è da considerare l’imponente afflusso di denaro europeo sui titoli del debito statunitensi. Infine, non è chiaro se dall’altra parte dell’Atlantico la Federal Reserve manterrà il costo del denaro stabile o se sarà costretta a rimettere mano alla leva dei tassi d’interesse sul finire dell’anno».

LA SPECULAZIONE. Sempre secondo Quigley: «C’è da notare che la speculazione detiene già una posizione record al rialzo sull’euro. Ma nonostante questo il cambio non ha trovato l’energia per scavalcare di slancio la resistenza fissata a 1,295». Le posizioni in essere della grande speculazione sono un argomento molto caldo tra i cambisti. Per Paul Mackel, esperto di Hsbc, lo scenario più probabile è quello di un lento movimento laterale fra le due valute, che consenta di metabolizzare l’indigestione di acquisti in euro fatta negli ultimi mesi. In linea con parecchi colleghi, Mackel individua l’obiettivo di fine anno attorno a 1,30.

ORIZZONTE TECNICO. A ogni buon conto, il cambio euro-dollaro ondeggia per il momento senza prendere una direzione precisa. Gli analisti individuano due soglie sensibili ben definite, una verso l’alto e una verso il basso, oltre le quali partirebbe con ogni probabilità una nuova tendenza. «Verso l’alto la resistenza cruciale è a quota 1,2985, corrispondente ai massimi dell’estate – spiega Roberto Mialich di Ubm – mentre verso il basso il vero supporto critico staziona a 1,25». A sentire le voci degli operatori, la rottura di quota 1,2985 spingerebbe l’euro nell’intervallo 1,30-1,35. Ben più precipitosa sarebbe invece la discesa della valuta comunitaria, se dovesse scivolare sotto il supporto di 1,25. La ragione è abbastanza semplice. La grande speculazione, come si diceva, è orientata ampiamente sull’euro. Se, al contrario, la valuta comune dovesse arretrare, sarebbero inevitabili dei ripensamenti. Anzi, molti compratori sarebbero costretti a correre ai ripari, innescando una spirale ribassista per l’euro, dalle proporzioni al monento difficilmente quantificabili. Un evento prettamente finanziario, slegato da logiche macroeconomiche.

L’INDIZIO D’ORO. Un indizio che tale ipotesi vada messa in conto emerge dal mercato aurifero. Le quotazioni del metallo prezioso sono cadute in verticale non appena gli hedge fund hanno tentato all’improvviso di chiudere le posizioni in perdita. In quel momento ci si è accorti che non tutti avrebbero trovato facilmente un paracadute. Così da 640,7 dollari l’oncia (quotazione al 5 settembre 2006) l’oro è sceso agli attuali 582,9 (quotazione al 21 settembre), con un calo di circa il 9%. Una discesa che raggiunge il 19% se si guarda ai massimi dell’anno: 721,5 dollari l’11 maggio 2006. E solo un indizio ma potrebbero essere anche le prime scosse di qualche movimento forte fra valute che paiono addormentate.

Copyright © Bloomberg – Borsa&Finanza per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved