Società

FISCO, LE PAURE DEL CETO
MEDIO-ALTO

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(WSI) –
Nelle prime settimane del governo Prodi non c´è stato il panico perché la Casa delle libertà ha alimentato nel suo elettorato l´aspettativa che il «governo delle sinistre» sarebbe caduto prima ancora di mettere mano al programma.

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Ma adesso nell´estate italiana spira una brezza insidiosa, portatrice di un lento brivido. Non sarà che tira aria di vendetta sociale? Che il governo dell´Unione è lo strumento di una rivincita economica dei ceti impoveriti contro le classi agiate? Di una rinascente e aspra lotta di classe? Il sospetto, il rancore preventivo, l´ostilità verso quelli che Silvio Berlusconi chiamava «loro», può proiettare ombre sinistre sul futuro: non tanto per i super-ricchi, a cominciare dal Cavaliere e dalle sue feste a Porto Cervo, che sono sicuri di restare esenti dai rischi; ma piuttosto per l´esercito ignoto, malamente censito dal fisco, che negli ultimi anni ha interpretato alla lettera il messaggio proveniente dalla Cdl: arricchitevi.

È il popolo delle professioni, del lavoro autonomo, del commercio, della rendita immobiliare, ma anche dei condoni, delle speculazioni immobiliari, di tutti coloro che hanno potuto scaricare sui clienti gli aumenti dei prezzi, approfittando di un sistema protetto, non stabilizzato dalla concorrenza. Una classe opulenta, che raramente viene indagata dalle analisi sociologiche (e che è raffigurata come in una fotografia in negativo dal fatto che sono solo 17mila gli italiani che dichiarano al fisco più di 200mila euro annui, mentre sono 65mila i possessori di barche superiori ai 17 metri).

Prima delle elezioni una ricerca demoscopica realizzata dall´Ipsos per “Il Sole 24 ore” aveva mostrato la marcata preferenza per la Cdl di queste fasce sociali: «Fra gli imprenditori», ricorda Nando Pagnoncelli, «l´orientamento pro Berlusconi sfiorava il 60 per cento, mentre l´Unione non superava il 30.

Le percentuali erano analoghe, e talora anche più squilibrate, per il lavoro autonomo e per il commercio; e risultavano meno sfasate tra i professionisti, che comprendono anche specializzazioni di tendenza, come gli architetti, in cui il richiamo del centrodestra non è così forte».

Questi dati sembrano confermare che per quanto riguarda il reddito e l´identità socioeconomica sembrano esistere davvero le «due Italie» separate dal voto del 9-10 aprile, con la Cdl egemone nel lavoro autonomo e il centrosinistra che rastrella il lavoro dipendente, pubblico e privato (con percentuali in aumento al crescere delle professionalità e dei livelli salariali).
Quest´ultimo, insieme con i pensionati, è il blocco sociale che ha avvertito di più la «lotta di classe praticata con altri mezzi» da destra: gli altri mezzi erano riassunti dall´inflazione post-euro, che ha colpito chi si è trovato dalla parte sbagliata dell´aumento dei prezzi.

È una diagnosi che viene confermata dall´ideologo della Cdl, Giulio Tremonti, il quale a proposito della politica economica realizzata dal governo Berlusconi dice: «Il giudizio è stato negativo dal lato della cultura e della militanza politica, e positivo dal lato dei produttori, che infatti hanno votato in massa per noi». In un colloquio con il quotidiano della Confindustria, Tremonti ha riconosciuto la tesi della colossale redistribuzione «perversa» all´interno della società italiana, lungo la direttrice sinistra-destra: «Il changeover lira-euro non è stato neutrale, ha spostato quote di ricchezza da una parte all´altra della società su volumi che si vedono solo dopo le guerre».

L´asetticità della formulazione di Tremonti può essere tradotta in questi termini: nei cinque anni di governo del centrodestra si è lasciata mano libera agli elettori berlusconiani, che hanno potuto praticare il grande furto con destrezza ai danni dell´elettorato di centrosinistra. Ma c´è anche una dinamica di lungo periodo, segnalata per primo dall´economista e parlamentare Nicola Rossi, e cioè «la divaricazione fra reddito da lavoro e rendita, a vantaggio di quest´ultima, con profili socioeconomici che si avvicinano progressivamente alla situazione degli anni Cinquanta».

È logico quindi che il cambio politico possa recare timori nei gruppi sociali che hanno prosperato, godendo di un vantaggio competitivo in un mercato protetto e di un «benign neglect» sul fronte delle verifiche fiscali.
Paura che arrivi il contraccolpo. L´imposta di successione, la lotta all´evasione, la «maestà della legge» ripetutamente evocata da Romano Prodi. «Suonano il campanello. Chi è? I ladri! Meno male, credevo fosse la Finanza»: la barzelletta preferita da Berlusconi è speculare alle inquietudini dei «ceti arricchiti», e che ora osservano con diffidenza le misure governative approvate nella primissima fase dell´Unione.

Per chi coltiva il sospetto della vendetta di sinistra, le liberalizzazioni di Pier Luigi Bersani non hanno soltanto un sapore «mirato» verso le categorie orientate maggioritariamente per il centrodestra: a parte il «pareggio» con i tassisti, che in realtà è stato percepito come una ritirata, si è visto che le misure di liberalizzazione sono affondate come un coltello dentro le corporazioni. Un economista tutto mercato come Stefano Micossi sostiene: «Sono uscite malconce le lobby annidate negli ordini professionali, abituate alle riserve protette di attività garantite dalla legge e alle barriere d´ingresso che esse stesse presidiano».
Ma il fuoco di fila contro le misure di Bersani, da destra, è stato straordinario: dopo le aperture di un liberale classico come Antonio Martino, si è gridato a una politica a senso unico, puntata con precisione feroce; il decreto è «stupido», «classista», «rancoroso», un esempio, secondo Tremonti, di «fanatismo dogmatico».

Insomma, un tiro ad alzo zero, sintomatico del timore che il cambio di rotta politica porti a una vendetta economica impersonata da Vincenzo Visco, con le sue misure sulla «tracciabilità» dei movimenti finanziari dei professionisti e dei lavoratori autonomi, e da Livia Turco, con la sua recente «aggressione alla libertà economica dei primari», tassello ulteriore della «strategia di attacco alle professioni da parte del centrosinistra», nel giudizio di Forza Italia.

Le figure di Visco «Dracula» e della Turco «Attila» appaiono perfette per campeggiare a simbolo del nuovo «stato di polizia tributaria» paventato da Berlusconi alla Camera, e quindi del terrore rosso, della vendetta dei «comunisti» (si può ricordare semmai che nel lessico berlusconiano l´etichetta di comunisti, come spiega Pier Giorgio Corbetta, studioso dell´Istituto Cattaneo di Bologna, si stende «su tutto ciò che può essere identificato con lo Stato e il controllo pubblico», quindi sul tentativo di contrastare l´evasione fiscale).

Ma uno storico dell´industria come il torinese Giuseppe Berta è scettico sulla tesi della vendetta: «Mi sembra piuttosto che ci sia il tentativo del centrodestra di tenere compatto il proprio elettorato, chiamando a raccolta le corporazioni e rassicurandole dicendo «noi avremmo fatto diversamente, senza penalizzarvi».
Con il risultato che dopo cinque anni senza avere liberalizzato, la Cdl si lamenta di Bersani perché sarebbe stato fazioso, nel senso che non ha toccato quelle che i berlusconiani considerano le zone protette della sinistra, il sindacato, le cooperative».

E’ un´analisi credibile? «Non tanto: il centrosinistra non è mai stato in modo integrale e programmatico il partito del lavoro dipendente. Quindi la tesi della vendetta agitata da destra è politicamente fragile anche in chiave storico-politica».
Intanto da Palazzo Chigi filtrano dati sull´atteggiamento dell´opinione pubblica rispetto alle liberalizzazioni secondo cui il 61 per cento è favorevole, il 29 contrario, il 10 per cento in chiaroscuro. Mentre l´indice di fiducia di Prodi supera il 55 per cento (in calo di un paio di punti dopo l´indulto) con una conquista di consensi anche nell´elettorato tradizionalmente berlusconiano, cioè fra anziani, pensionati, casalinghe.

Numeri che sembrano smentire la tesi «guicciardiniana» di Sergio Romano secondo cui l´attacco a una corporazione viene avvertito come un rischio futuro per la propria. E anche lo scetticismo verso le liberalizzazioni di un conoscitore dell´Italia profonda come Giuseppe De Rita. Commenta Pagnoncelli: «L´iniziativa di Bersani è stata invece percepita come un elemento innovativo. Si è formata la convinzione che meno privilegi per le corporazioni significano più vantaggi per i cittadini».

E allora, l´idea della vendetta? «Tesi marxista, tesi classista. Le categorie privilegiate come i kulaki nella Russia sovietica. Sta in piedi? Oggi si è diffusa piuttosto la certezza che occorre un contratto sociale nuovo. Le perdite relative di alcuni, in questo senso, vengono considerate un tributo da pagare alla modernizzazione, all´equità, all´introduzione di mobilità sociale». Vendetta politica o apertura di opportunità: l´alternativa è così radicale che ci sarà da discutere a lungo.

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