Fisco, euro, instabilità: i tre ostacoli per la ripresa italiana

12 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Le imprese «sono stremate», proclama il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli che ovviamente punta il dito contro la legge di stabilità, «tutta da cambiare». «Il 2014 non sarà certo l’anno della ripresa» sostiene. Il governo la pensa in tutt’altro modo: ancora ieri il ministro dell’Economia Saccomanni ha confermato che «il Paese si sta avviando verso una graduale ripresa».

Il Tesoro vede il Pil in crescita dell’1,1% l’anno prossimo, contro lo 0,7% stimato all’unisono da Banca d’Italia, Istat e Commissione europea. Prometeia concede un +0,8%, a patto però che la «finanziaria» (che da sola vale mezzo punto) «non venga snaturata».

Ma la recessione finirà davvero? Il governo è troppo ottimista o non si rende conto di come sta realmente il Paese?

Scorrendo i dati dell’ultimo rapporto previsionale di Confindustria si vede che l’Italia, nonostante i timidi segnali di risveglio dell’economia, è ancora «ben piantata dentro la crisi».

Non solo il prodotto interno crescerà in maniera stentata, ma l’occupazione farà fatica a ripartire stabilizzandosi l’anno prossimo sui dati peggiori degli ultimi mesi di quest’anno: 12,3-12,4%.

Le incognite

Molto dipende dal clima generale nel Paese. «La stabilità dei mercati – ha scandito ieri Saccomanni – è ingrediente fondamentale per assicurare continuità all’azione di governo e sostenere la fiducia dei mercati nelle nostre capacità di ripresa».

«Misurare la fiducia non è facile – spiega Stefania Tomasini, responsabile della ricerca economica di Prometeia –, ma questa è certamente una componente importante. Decisivo per conseguire i risultati che abbiamo previsto è che il Parlamento vari una legge di stabilità efficace. E’ chiaro che se la promessa riduzione del peso delle tasse, in particolare del cuneo fiscale, si diluisse ritorneremmo vicini allo zero».

«Dovendo scegliere – aggiunge – meglio concentrare le risorse a favore dei redditi più bassi, che oltre ad essere i più bisognosi sono anche quelli con la maggior propensione al consumo». E le turbolenze politiche? «A quelle più o meno ci siamo abituati – spiega – basta vedere l’andamento dello spread. Certo altra cosa sarebbe se cadesse il governo: le conseguenze sarebbero pesanti».

«La fibrillazione dei partiti rimane fonte di fragilità» scrive il Centro studi di Confindustria nel suo ultimo rapporto «flash» di ottobre. Quanto alla legge di stabilità «ha alcuni elementi positivi, ma manca della stazza necessaria per dar vigore al recupero della produzione e della domanda interna».

Produzione in ripresa, lavoro giù

I dati arrivati ieri dal settore industriale (a ottobre +0,3% sul mese precedente) confermano il risveglio in atto e fanno ben sperare sull’andamento dell’ultimo trimestre dell’anno quando l’Italia dovrebbe finalmente uscire seppur timidamente dalla recessione dopo aver sfiorato questo risultato nel terzo trimestre.

Bene anche i dati sulle nuove partite Iva aperte a settembre: sono state 40.631 con un incremento dello 0,7% rispetto a 12 mesi prima. Il lavoro invece resta al palo: solo i contratti interinali fanno segnare qualche incremento. Lo stock di senza lavoro resterà sempre oltre quota 3 milioni, ma questo viene comunque interpretato con un primo segno di risveglio dell’economia.

Le ragioni di fiducia

Col mercato interno ancora depresso e i consumi fermi se non peggio (ieri Bankitalia ha comunicato che gli impieghi delle banche al settore privato sono scesi del 3,5% a settembre, -1,1% quelli alle famiglie e -4,2% alle imprese) la vera spinta ci arriva dalla ripresa del commercio mondiale. In particolare tornano ad accelerare i Paesi che avevano frenato (i mercati emergenti e la Cina più degli altri), molte nazioni soprattutto all’interno dell’Eurozona stanno uscendo dalla recessione e gli Usa continuano sempre a tirare confermandosi la vera locomotiva del mondo.

I prossimi mesi

Detto dei rischi di instabilità politica legati al braccio di ferro tra Pd e Pdl e agli scontri interni a questi due partiti, sul cammino della nostra crescita restano altre due incognite. C’è un problema di cambio, «perché dopo i picchi dei mesi scorsi, anche dopo i recenti ribassi il rapporto euro/dollaro non ha ancora raggiunto livelli ottimali» spiegano al Centro studi di Confindustria, dunque «l’apprezzamento dell’euro non facilita l’aggancio dell’export alla velocizzazione degli scambi internazionali» .

E c’è un problema di credito legato alle nuove regole che entreranno in vigore nel 2014. Per Prometeia si rischia un vero «choc» per effetto dell’avvio della vigilanza bancaria europea ed i nuovi stress test cui saranno sottoposte le nostre banche, che tra l’altro sono in ritardo rispetto ai concorrenti europei nella restituzione dei prestiti miliardari ricevuti dalla Bce.

Insomma i segnali di ripresa ci sono, ma le incognite sono ancora tante: per almeno «cinque trimestri l’economia italiana continuerà a procedere sul filo del rasoio» sostengono gli economisti bolognesi. Se per sventura si saldassero una forte instabilità politica con nuovi choc finanziari la nostra economia anziché risollevarsi rischierebbe l’asfissia. L’ipotesi è «remota», ma ad oggi non si può nemmeno escludere.

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