Finmeccanica: sovrafatturazioni, fondi neri e un groviglio di conti esteri fino a Singapore

18 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – I vertici di Finmeccanica hanno incontrato almeno due volte l’avvocato di Singapore accusato di essere il «riciclatore» del gruppo criminale che sarebbe stato creato da Gennaro Mokbel. Si chiama Randhir Chandra, ha 53 anni, ed è l’uomo che ha creato la società lussemburghese utilizzata per l’acquisizione della “Digint” da parte della holding che poi cedette il 51 per cento proprio a Mokbel per otto milioni e 300 mila euro.

Sono stati i carabinieri del Ros a documentare gli appuntamenti e di fronte ai magistrati sia il presidente Pierfrancesco Guarguaglini, sia il direttore generale Giorgio Zappa hanno dovuto ammettere di averlo visto nella sede di piazza Montegrappa. Il sospetto degli inquirenti è che proprio lui sia stato una delle pedine utilizzate per l’accantonamento dei fondi all’estero. Mediatore dei contatti si conferma Lorenzo Cola, il consulente della holding arrestato la scorsa settimana con l’accusa di riciclaggio nell’ambito dell’operazione che — questa la tesi dei pubblici ministeri — sarebbe stata portata a termine proprio per il trasferimento di denaro.

I verbali e le relazioni investigative depositate al tribunale del Riesame che dovrà pronunciarsi sulla permanenza in carcere del manager confermano il progetto di effettuare operazioni in Asia proprio come auspicato da Mokbel nelle conversazioni con i suoi complici che sono state intercettate. Ed evidenziano i riferimenti a conti correnti e società straniere — in una triangolazione che passa per Londra, New York e la Svizzera — che sarebbero stati utilizzati per accantonare le provviste economiche ottenute anche grazie alla sovrafatturazione. Del resto è stato lo stesso Cola ad ammettere nel suo interrogatorio di aver ricevuto «più o meno dieci milioni di euro in Svizzera, frutto del mio lavoro con Finmeccanica».

Cola ha anche sostenuto che dell’ingresso di Mokbel nella vicenda Digint «Finmeccanica non ha mai saputo nulla». E adesso si attende l’esito delle rogatorie su tutti i depositi rintracciati nelle banche straniere. In particolare un conto presso il Credito Agricole di Lugano e altri due riconducibili a Cola che potrebbero essere stati utilizzati per il transito delle somme.

L’UOMO CHE COMPRAVA VILLE E DIAMANTI – Scrivono i carabinieri in un capitolo dell’informativa: «Dalle conversazioni emerge un progetto secondo cui allo scadere del triennio 2007-2010 Finmeccanica avrebbe rilevato interamente la “Digint” il cui valore avrebbe dovuto nel frattempo essere artatamente incrementato. Tramite questa operazione sarebbe così venuta a crearsi una cospicua plusvalenza da ripartire tra le persone interessate. Le intercettazioni evidenziano che per tale operazione Mokbel aveva incaricato l’avvocato Nicola Di Girolamo, ora senatore, Marco Toseroni (tutti e tre tuttora in carcere ndr) che a loro volta si erano avvalsi dell’avvocato Chandra e della società lussemburghese “Hagal Capitale” appositamente costituita e controllata dalla holding di Singapore del sodalizio, identificata nella “Rhuna Investment”», che fu appunto utilizzata nell’operazione “Digint”.

Prosegue la relazione del Ros: «Giova rilevare come la “Hagal Capital” sia stata impiegata per l’acquisto della villa di Antibes, in Francia, più volte utilizzata dal comitato d’affari per definire le strategie future di investimento». Non solo: «Nel periodo settembre-dicembre 2007 il sodalizio iniziava a pianificare nuove strategie per la costituzione di società estere necessarie a intraprendere un’attività di compravendita di pietre preziose anche al fine di immettere sul mercato i diamanti già acquistati con i proventi illeciti occultati a Hong Kong» e proprio di questo Toseroni discuteva con Chandra anche per sapere «se conosce qualcuno in grado di tagliare pietre preziose».

INCONTRI E PRANZI CON LA DIRIGENZA – L’operazione “Digint” era stata avviata già dalla primavera del 2007. Il 12 luglio scorso, durante il suo interrogatorio di fronte al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, il presidente Guarguaglini non specifica le date ma ammette: «Ho visto una volta l’avvocato Chandra. L’ho incontrato una volta in quanto Cola mi disse aveva parlato di una persona che aveva conoscenze importanti nel governo dell’Indonesia e poteva essere interessante per Finmeccanica avere contatti a tali livelli. Io ho fatto fissare dalla mia segretaria un pranzo dentro Finmeccanica con Cola e Chandra.

Nell’incontro Chandra mi disse che aveva conoscenze nel governo indonesiano e che questo governo aveva grossi budget da investire nel settore della difesa e che potevano essere di interesse per società del Gruppo. Gli chiesi di fissarmi un incontro con qualcuno del governo dell’Indonesia e dopo ne avremmo parlato ma non si è fatto più vedere, né Cola me ne ha più parlato».

In realtà un altro incontro ci fu con Zappa. Guarguaglini nega di averlo saputo. Il direttore generale — che in precedenza lo aveva smentito — davanti al magistrato adesso invece dichiara: «Effettivamente consultando la mia agenda ho avuto modo di verificare che il 6 maggio 2008 era fissato un appuntamento per il quale risulta annotato “Cola + personaggio di Singapore”: a quanto ricordo all’appuntamento c’era sicuramente Cola, questa persona che ho letto chiamarsi Chandra e un’altra persona, ma non sono in grado di dire se effettivamente sia quel Toseroni di cui ho letto sui giornali perché delle persone indicate non ho reperito nel mio archivio i biglietti da visita».

TROPPO ALTO IL PREZZO DELLA DIGINT – Quello stesso giorno viene convocato al palazzo di giustizia di Roma Lorenzo Borgogni, componente del comitato esecutivo di Finmeccanica. Ammette di aver saputo delle riunioni con Chandra e Toseroni soltanto dopo l’avvio dell’inchiesta e chiarisce: «A quanto mi è stato detto da Guarguaglini e Zappa queste persone volevano aprire un’agenzia nell’area del Pacifico con rappresentanza di Finmeccanica ma poi non se n’è fatto più nulla. Ho parlato anche con Cola che mi ha detto di non sapere che personaggi c’erano dietro questo signore e quando lo ha scoperto, nell’ottobre 2008, l’ha allontanato poiché i Servizi gli avevano riferito che Chandra era un tipo poco raccomandabile».

Che il Sismi fosse informato risulta dalle carte che documentano la presenza del capocentro di Milano a una delle riunioni preparatorie. E adesso è lo stesso Borgogni a dichiarare che quell’operazione non era un buon affare per Finmeccanica: «Posso dire che la “Digint” certamente non valeva la cifra che si è letta sui giornali, circa 8 milioni e 300 mila euro, neppure in prospettiva di futura valorizzazione della società».

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Finmeccanica, rogatoria per la pista elvetica

Inquirenti in Svizzera sulle tracce della Digint e dei milioni di Cola. Si cercano altri conti, il sospetto della procura è che i fondi neri siano molti di più.

di MARIA ELENA VINCENZI (La Repubblica)

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(WSI) ROMA – Stretta della Procura di Roma su Finmeccanica. Nel mirino dei magistrati romani il “tesoro” di Lorenzo Cola, consulente di Finmeccanica e uomo di fiducia del presidente arrestato l´8 luglio scorso dai carabinieri del Ros con l´accusa di riciclaggio internazionale aggravato. Proprio per questo oggi gli inquirenti andranno in Svizzera per cercare di fare luce sui conti trovati. E per vedere se, alla luce delle altre rogatorie, ne sono emersi altri.

La speranza del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dei sostituti che lo affiancano nell´inchiesta sulla seconda azienda italiana, Giovanni Bombardieri, Francesca Passaniti e Rodolfo Sabelli, è che attraverso i movimenti di denaro sui conti di Cola si possano trovare i soldi dell´affare Digint, quello che mise in affari il colosso italiano degli armamenti e la banda di Gennaro Mokbel, finito in carcere a febbraio per una frode da due miliardi di euro. Circa sette milioni e mezzo di euro che potrebbero essere parte dei 10 fino ad ora trovati. Ma non è detto.

Il sospetto dei pm è che i soldi siano molti di più. Così come gli affari messi in piedi da Cola per conto di Finmeccanica. Proprio per questo la procura di Roma ha deciso di allargare il campo. Su versamenti poco chiari, come ha scritto anche il gip Maria Bonaventura nel provvedimento di convalida dell´arresto (l´udienza al tribunale del Riesame è fissata per mercoledì), e su somme per cui l´unica cosa chiara sembra essere la provenienza illecita. Oltre, ovviamente, alla loro entità: si tratta di milioni e milioni di euro.

In questi mesi più volte si è affacciato il sospetto che l´operazione Digint fosse un format che gli uomini di fiducia del presidente, in particolare Cola, una specie di appendice di Guarguaglini (o un “braccio destro” come lo hanno descritto molti collaboratori di Finmeccanica sentiti a piazzale Clodio la scorsa settimana), hanno messo in piedi più volte. Un sistema collaudato e sicuro, perché fatto con società piccole che non danno nell´occhio, organizzato per creare fondi neri e spartirsi poi le “stecche”. Ma oggi, al netto dei milioni di euro trovati all´estero e riconducibili all´ex consulente Ernst & Young fermato dai Ros mentre preparava la fuga per l´America, quel sospetto si è rafforzato. Tanto da diventare quasi una prova. Che però ha bisogno di un riscontro. Che i magistrati sperano di trovare nelle banche elvetiche.

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L’INCONTRO CON IL SENATORE DELL’IDV BARBATO. «I POLITICI LI TRATTO MALE»

Mokbel in carcere: la mia strana vita dal Pci all’Msi.
«Io e i partiti? Dal Pci allo schiaffo ad Alemanno»

di Alessandra Arachi (26 febbraio 2010)

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(WSI) – ROMA — «Cominciò tutto con Bakunin. Mi piaceva fare l’anarchico, da ragazzino. La prima tessera, però, fu del Pci, sezione via Catanzaro a Roma. L’Msi è arrivato dopo. Il mio quartiere, il Nomentano, era diviso a metà: Pci da una parte, Msi dall’altra. Li ho passati tutti e due». Li avrebbe passati un po’ tutti i partiti nella sua vita Gennaro Mokbel, 50 anni da compiere a settembre e uno scilinguagnolo che ieri ha lasciato di stucco persino Francesco Barbato, deputato dell’Idv, che è andato a trovarlo in carcere, a Regina Coeli, oltre mille detenuti stipati in 650 posti effettivi. «Io la conosco a lei onorevole: si è candidato contro Di Pietro».
Non era in cella ieri pomeriggio, Gennaro Mokbel. Steso sul lettino dell’infermeria, la tuta blu e le pantofole da casa, lamentava problemi di pressione alta e molta insofferenza. Ma con Barbato non ha lesinato parole: gli ha rovesciato addosso la storia della sua vita, prima di lanciare invettive, a raffica, contro i politici. In generale.

«Dovrebbero arrestare loro, i politici. E non i malati. Come me e mia moglie che soffre di sclerosi multipla e il 12 marzo deve fare un intervento perché sta diventando cieca». Francesco Barbato ci prova a fargli dire perché e con chi ce l’ha tanto fra i politici. Ma probabilmente la risposta è nella sua storia: ha bussato a tutti i partiti, Mokbel. Ma nessuno gli ha mai aperto veramente la porta. Bakunin. Pci. Msi. «Poi dopo il primo arresto, nell’80-82, storie di droga, mi sono iscritto alla Dc». Poi di nuovo un altro arresto, nei primi anni Novanta. «E dopo mi sono iscritto a Forza Italia, tra il ’96 e il ’98. Gli ho procurato 1.300 tessere, soltanto nel mio territorio. E loro? Niente».

Ecco che arriva l’Alleanza federalista. «Fu un certo professor Licheri in un ristorante a presentarmi Giacomo Chiappori. Bello il programma del movimento: esportare pulizia al Sud. Divento responsabile del Lazio. Ma poi..». Poi…? incalza Barbato nella stanzetta dell’infermeria dove nel frattempo è arrivato anche uno psicologo, oltre al medico, l’infermiere e i due dirigenti del carcere che hanno il compito di vegliare che il detenuto della settima sezione non parli delle storie legate al suo arresto. «Anche qui succede la stessa cosa. Io e Chiappori andiamo a parlare con Bossi e scopro che tutto quell’ambaradan era per far avere un seggio a Chiappori. Me ne sono andato anche da lì». E dopo aver tentato, con scarso successo, di fondarselo da solo un partito, Mokbel ha cominciato a parlar male dei politici. Meglio: a trattarli male.

È l’onorevole Barbato che, lette le intercettazioni, gli chiede come mai maltrattasse così tanto il senatore Nicola Di Girolamo. Il suo amico Nic. Mokbel sorride: «Quello, Nic, ce lo avevo già a busta paga come avvocato di mia moglie, per via delle imprese edili. L’ho trattato male sì, ma c’è chi ho trattato molto peggio. A me i politici mi fanno tutti schi…». È la vicedirettrice del carcere che arriva a tappare la bocca a Mokbel mentre il medico fa per dimetterlo dall’infermeria. Gennaro Mokbel si ferma sulla soglia. Guarda Barbato. Una stilettata, impossibile da parare: «I politici che conosco io facevano schifo da quando erano ragazzini. E infatti nel precedente governo Berlusconi li ho presi anche a schiaffi. Alemanno, ad esempio. E basta rivedere Striscia la notizia per credermi».

Adesso Mokbel è sull’ascensore, per tornare in cella. Si sente male. O, forse finge. Comunque lo psicologo corre a chiamare Francesco Barbato: Gennaro vuole parlargli. Ancora. «Un giorno ti spiegherò tutto di Raffaele Fantetti. Il primo dei non eletti alla circoscrizione all’estero. Roba di massoneria. Togati massoni. Roba che non ti puoi neanche immaginare. Anzi: ci scriverò un libro ».
Ora Mokbel ha una mascherina dell’ossigeno sul viso. Barbato si muove per andare via. Lui lo blocca. Vorrebbe dire e ancora dire. Il deputato dell’Idv lo anticipa, con una domanda: cosa sa dirgli di Fini? Mokbel si toglie la mascherina e lo fissa, serio: «Fini chi?».

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