Fini e l’appartamento di Montecarlo

1 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Perché Gianfranco Fini deve dirci la sua sull’incredibile storia della casa di Montecarlo? Non si tratta né di un gossip né di un dettaglio irrilevante: proviamo a spiegare perché. La rottura del Pdl e la piccola guerra civile a cui stiamo assistendo, non è un minuetto di Palazzo, e nemmeno un riposizionamento gattopardesco di poteri. No. Come abbiamo intuito e scritto da mesi, il racconto sciamanico del berlusconismo si è infranto, il carisma del Caimano scema con la stessa velocità con cui si gonfiano le borse sotto i suoi occhi e l’ordito di rughe sulla sua fronte rimodellata.

Un fatto è ormai certo: il tempo delle illusioni e dei miracoli da campagna elettorale è finito. Di pari passo, mentre qualcuno ironizzava sui finiani, noi li abbiamo presi terribilmente sul serio spiegando i motivi politici da cui derivava la loro forza, narrandoli nella loro impresa di insurrezione morale senza pregiudizi, a tratti persino con simpatia.

Proprio per questo – una volta ufficializzata la rottura – la reazione dei lanzichenecchi azzurri, contro di loro, sarebbe stata spietata. Bastonature dei tiggì di regime, agguati, embargo mediatico. Malgrado questa certezza, le notizie restano notizie. È una notizia (data da Il Giornale) che un appartamento di inestimabile valore, donato da una ricca nostalgica per passione ideale, finisca, attraverso strane triangolazioni off shore al signor Tulliani, cognato del presidente della Camera. Lo è ancora di più, quello che ci racconta Libero: la cessione dell’immobile sarebbe iscritta nel bilancio di An per soli 67 mila euro. Una vendita di favore? Un pasticcio? Un atto di familismo immobiliare? Di fronte a questi dubbi Fini può dare qualsiasi spiegazione. L’unica cosa che non può fare – se vuole restare credibile – è tacere.

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Fini, la compagna, il cognato e la strana casa a Montecarlo

di Gian Marco Chiocci

L’alloggio lasciato in eredità ad An dalla vedova Colleoni, va a una finanziaria estera. Ora ci abitano alcuni familiari del presidente della Camera.

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(WSI) – Il fantasma della vedova Anna Maria Colleoni, fasci­sta convinta e poi generosa benefattrice del patrimonio di An, si aggira spaesato fra i tornanti di Montecarlo. È confuso, lo spettro. Non ca­pisce. Perché quando la no­bildonna abbandonò per sempre questo mondo, or­mai più di dieci anni fa, nel testamento fece inserire un lascito da due miliardi e mezzo di lire al partito dell’ allora segretario Gianfran­co Fini: un bel terreno a Monterotondo, case a Ro­ma e a Ostia, un apparta­mento di 70 metri quadrati più terrazzo in un’elegante palazzina del Principato di Monaco. Tutta roba messa a bilancio e utilizzata dal parti­to, nel 2001, per andare in at­tivo.

Per sette-otto anni l’immo­bile monegasco è rimasto sfitto, abbandonato, fre­que­ntato solo dai topi nono­stante piovessero offerte mi­rabolanti dai condomini che allora arrivarono a pro­porre 10- 15 mila euro al me­tro quadrato (le agenzie im­mobiliari della zona parla­no di un valore attuale stima­bile intorno ai 25-30mila a metro quadrato).

Due anni fa, improvvisa­mente, il palazzo ha preso at­to che il locale disabitato aveva cambiato proprieta­rio. Non più Alleanza nazio­nale, che attraverso i suoi emissari-parlamentari La Morte e Pontone aveva ese­guito personalmente i so­pralluoghi nel palazzo Mil­ton respingendo puntual­mente tutte le richieste d’ac­quisto del vicinato, bensì una Ltd, una misteriosa so­cietà off shore con sede in chissà quale angolo del pia­neta, che a sua volta s’era ri­volta a una sottoimpresa del colosso di costruzioni Enge­co per svolgere lavori di ri­strutturazione dell’apparta­mento con abbattimento di muri interni e rifacimenti del pavimento.

Il committente dei lavori si chiama Giancarlo Tullia­ni. Per sapere se questo no­me corrisponde al fratello della signora Elisabetta, compagna del presidente della Camera, siamo andati direttamente a Montecarlo. E per capire l’esatta trafila che aveva fatto l’immobile, donato dalla discendente del condottiero Colleoni al partito, ceduto a una società off shore, e poi finito nella di­sponibilità del (presunto) cognato dell’ex presidente di quello stesso partito a cui l’immobile era stato regala­to, ci siamo premurati di chiedere ai diretti interessa­ti.

Al partito, contattati La Morte e Pontone, nessuno ha saputo dare chiarimenti su a quanto era stato vendu­to l’appartamento, a chi era stato alienato e se fosse vero che Fini e la signora Tulliani – come ci raccontano i vicini – hanno visionato quell’ap­partamento tempo addie­tro. Poi abbiamo chiesto a monsieur Tullianì, che di no­me fa effettivamente Gian­carlo e che corrisponde, due gocce d’acqua, al fratello di Elisabetta Tulliani, l’ex com­pagna di Gaucci, oggi con­sorte del cofondatore del Pdl. Siamo andati al 14 di rue Princess Charlotte, pro­prio accanto all’elegante No­votel, abbiamo varcato l’uscio d’ingresso col nome «Tulliani» impresso sul cito­fono e a soli tre metri dal por­tone, di buon mattino, ab­bi­amo suonato al campanel­lo dell’appartamento con su scritto, anche qui, «Tullia­ni ».

L’occupante ha pronta­mente risposto. Prima di aprire ha preteso di sapere chi fossimo. Ci siamo educa­tamente presentati: nome, cognome, professione, gior­nale di riferimento, motivo del disturbo. Da quel mo­mento, però, l’inquilino non ha più parlato e si è ben guardato dall’aprire a un cronista del Giornale . Preso atto del silenzio as­sordante, siamo andati via. Poi è arrivata la polizia, chia­mata da quel monsieur Tul­liani che anziché risponde­re a un paio di domande del Giornale ha preferito denun­ciarci alla Sureté Publique. Quando sono piombate le volanti Giancarlo Tulliani ha parlato di (inesistente) violazione della privacy e del domicilio. Così siamo fi­niti per due volte sotto inter­rogatorio, invitati a lasciare il Principato, addirittura fo­to- segnalati al commissaria­to. Tanta solerzia, perché? (1. Continua)

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Montecarlo, appartamento in regalo. E Fini ci mette il fratello della Tulliani

di Gian Marco Chiocci

La contessa Colleoni regalò a Fini l’appartamento per sostenere la “battaglia del partito”. La casa dei misteri faceva gola a tutta Monaco.

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(WSI) – Da Monterotondo a Montecarlo. Il gran premio immobiliare Colleoni-Fini-Tulliani durato undici anni, corso a milletrecento chilometri di distanza, accende il verde ai semafori nel lontano 1999 allorché la contessa Anna Maria Colleoni, discendente del celebre capitano di ventura, il 12 giugno muore nella sua tenuta di Monterotondo, a venti chilometri da Roma. Dieci giorni dopo la dipartita, aperto il testamento, si scopre che Alleanza nazionale erediterà beni per due miliardi e mezzo di lire, ivi compreso l’appartamento del Principato di Monaco attualmente occupato da Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini.

La città di Monterotondo dalla fine della guerra è sempre stata amministrata dalla sinistra, da cui il soprannome di Stalingrado del Centro Italia. È qui che la nobildonna coltivava i suoi interessi e l’amore, sviscerato, per la politica. Da sempre fervente fascista, figlia di fascisti, Anna Maria Colleoni non faceva mistero delle sue simpatie destrorse tant’è che gli esponenti locali di Alleanza nazionale la adottarono e ne difesero le istanze nei confronti del Comune contro il quale, di tanto in tanto, la signora si confrontava per problemi di confinato, vincoli e di potenziali espropri della sua terra ricca di albicocche.

Tanto era il trasporto per la fiamma di Giorgio Almirante che quando, a metà degli anni ’90, le si prospettò l’occasione di incontrare a tu per tu Gianfranco Fini in una saletta riservata del ristorante Villa Ramarini prenotato per festeggiare l’elezione dell’allora consigliere comunale Roberto Buonasorte (oggi alla Regione con la Destra di Storace) non si fece pregare due volte.

Scortata dal futuro consigliere Marco Di Andrea, la contessa andò incontro a colui che riteneva il degno erede della sua antica fede e stringendogli le mani gli sussurrò che quando sarebbe morta il partito avrebbe ereditato ogni suo avere: «Caro Gianfra’, se te comporti bene quando me moro te lascio tutto. Da camerata a camerata». Gianfranco Fini, molto carinamente, fece gli scongiuri. «Stia serena, camperà cent’anni». Lei ricambiò l’augurio mantenendo gli impegni. A dicembre del 1997 prese carta e penna e stilò un testamento olografo, che poi recapitò, via pony express, al notaio Giuseppa Spadaro. Un unico foglio, ventidue righe scritte personalmente a penna.

Chissà, forse immaginando quel che Fini avrebbe combinato nel tempo, aggiunse una postilla tutta da leggere. «Io sottoscritta Anna Maria Colleoni dichiaro liberamente di nominare erede universale dei beni mobili e immobili che mi appartengono al momento del mio decesso, il partito Alleanza nazionale nella persona del suo attuale Presidente on. Gianfranco Fini come contributo per la buona battaglia».

La «buona battaglia» a cui la contessa si riferiva sicuramente nel 1997, e fors’anche nel 1999, probabilmente non era quella che Fini sta ancora finendo di combattere. Ne sono convinti i vecchi camerati di Monterotondo che alla Colleoni intestarono il circolo di An in via Fratelli Bandiera (ex Santucci), in gran parte transitati con Storace, il resto confluiti nel Pdl. Talmente convinti che, alla luce di quel che sta emergendo in queste ore, rileggendo attentamente le volontà della nobildonna sta maturando l’idea di portare in tribunale l’erede universale.

Come fare? Gli ex aennini Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte sono i capofila di questa «rivolta» anche perché si sentono traditi dal loro vecchio partito che mai si preoccupò di consultare i politici locali sull’opportunità di utilizzare in loco parte dei proventi delle vendite degli immobili ereditati per realizzare opere sociali a cui la stessa contessa teneva tanto. «Un dato è certo. Tra il ’97 e il ’99 la Colleoni donò tutto al partito, e a Fini in subordine, in nome della buona battaglia. Una buona battaglia che Fini ha condotto sino ai giorni della morte della contessa, tant’è che la signora non ha mai revocato il testamento del ‘97.

Dai primi anni 2000, però, Fini ha cambiato pelle a partire da certe, plateali, prese di distanza di valori storici della destra». Ecco il punto. Il punto della «buona battaglia», sul piano giuridico, sarebbe un «onere» ineludibile, interpretabile ai sensi dell’articolo 647 del Codice civile che testé recita: «Onere: tanto all’istituzione di erede (in questo caso il partito, ndr) quanto al legato può essere apposto un onere». Come dire: io ti lascio questo patrimonio e tu lo devi utilizzare per la «buona battaglia» voluta dalla contessa. «L’onere impossibile (…) rende tuttavia nulla la disposizione se ne ha costituito il solo motivo determinante», e in questo caso la «buona battaglia» lo è.

Ma c’è di più. Di Andrea e Buonasorte fanno notare come l’articolo successivo, il 648, offre un’indicazione importante su come avviare la pratica per l’annullamento dell’atto. «Leggete bene. Si dice che “per l’adempimento dell’onere può adempiere qualsiasi interessato”, dunque qualunque iscritto di An può rivolgersi alla magistratura. E si legge anche che nel caso di inadempimento dell’onere, quindi laddove tu Fini non fai la buona battaglia che stava a cuore alla contessa, l’autorità giudiziaria, e dunque il tribunale, può pronunziare la risoluzione della disposizione testamentaria.

Che vuol dire? Che se ti levo la qualifica di erede, tu Fini o tu partito, mi ridai tutto indietro». Il ragionamento, a sentir loro, si chiude a meraviglia: «Letto il codice, letta la storia politica di Fini ai giorni nostri, letto l’articolo del Giornale sulla casa di Montecarlo, qualunque iscritto ad Alleanza nazionale può recarsi in tribunale e dire: siamo venuti a conoscenza di questa problematica, chiediamo formalmente che tutti i beni della contessa Colleoni vengano tolti al partito», con ovvia eccezione per alcuni legati che la contessa ha riservato ad alcuni nipoti non avendo avuto figli.

«Rispetto a tutto questo enorme patrimonio – attacca Di Andrea – avremmo potuto piantare una grana infinita ma abbiamo voluto evitare per rispetto del partito di cui facevamo parte. E che anziché prendere tutto e scappar via avrebbe potuto lasciare qualche briciola al circolo monterotondese di An. L’intera gestione dell’eredità della contessa non c’è piaciuta. Siamo rimasti molto male».

Buonasorte incalza: «Al senatore Pontone, l’amministratore dei beni di An, dicemmo che non era nostra intenzione speculare su questa eredità ma che almeno ci dessero una giusta riconoscenza delle grandi battaglie combattute in questo paese. Non volevamo toccare palla, non ci interessava lucrare. Tant’è che quanto il senatore Pontone ci rispose che il partito aveva bisogno di fare cassa per le elezioni e quindi doveva vendere al miglior offerente, alzammo le braccia rassegnati». S’intromette Di Andrea: «Va poi tenuto conto che sul terreno della contessa noi presentammo un progetto per una edilizia che andasse un po’ incontro al sociale, contemplasse pure un dopolavoro e un parco giochi per bambini intestato alla contessa. Il fondo fu venduto a un costruttore della zona. Niente di quel poco che chiedevamo ci è stato dato».

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