FINANZA, LA NUOVA CATENA DI SANT’ANTONIO

29 Gennaio 2008, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Questa settimana la banca centrale statunitense ridurrà di nuovo i tassi di interesse. Questo nuovo taglio, che i mercati prevedono di mezzo punto, si aggiungerà alla riduzione di 75 punti base già decisa la settimana scorsa. Ma ciò non basterà. E a sostenerlo è addirittura il Fondo Monetario Internazionale. Il direttore dell’FMI, Dominique Strauss-Kahn, ha infatti detto che gli strumenti monetari non bastano per superare questa crisi e che bisogna usare anche la leva fiscale (ossia aumento della spesa pubblica e/o tagli delle tasse) per uscire da questa crisi. Del resto, è quanto hanno già cominciato a fare gli Stati Uniti, dove il Congresso a spron battuto ha già approvato un pacchetto di 150 miliardi di dollari di ristorni fiscali.


Questo continuo agitarsi di autorità politiche e monetarie e ora anche delle istituzioni economiche internazionali e questo susseguirsi di convulse decisioni sono del tutto giustificate, poiché quella che si staglia all’orizzonte non è una recessione paragonabile a quelle che si sono succedute in questo dopoguerra, ma in realtà la crisi più grave e pericolosa degli ultimi sessanta anni.

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Questa recessione non è dovuta all’aumento del prezzo del petrolio o a una politica monetaria restrittiva volta a combattere l’inflazione. Non è nemmeno dovuta a un declino dell’attività industriale o a una minore voglia di spendere dei consumatori. Essa è stata originata ed è responsabilità della nuova ingegneria finanziaria. Per essere più chiari, la crisi del sistema finanziario sta provocando la crisi dell’economia reale, fatta dalle imprese che producono beni o servizi e dalle persone che lavorano e che consumano grazie ai redditi che percepiscono.

Questa è la crisi del sistema finanziario originata, dallo scoppio di un’enorme bolla del credito, di cui i mutui ipotecari subprime sono solo una piccola parte, creata dalla nuova ingegneria finanziaria. Per capire l’attuale agitazione delle autorità e per capire cosa ci si aspetta, bisogna cercare di individuare almeno a grandi linee le cause di questa crisi.

Esse possono essere così sintetizzate: all’inizio di questo decennio le banche centrali dei paesi di vecchia industrializzazione hanno adottato politiche monetarie fortemente espansive per scongiurare il rischio di deflazione generato dal crollo delle borse. In pratica, negli anni scorsi vi era denaro in abbondanza e a basso costo. Queste politiche hanno avuto successo: le economie sono ripartite sia negli Stati Uniti sia in Europa, trainate dall’edilizia e dal settore immobiliare, ma hanno creato le premesse della crisi attuale.

Infatti, accanto ad esse vi è stata creazione di ulteriore liquidità da parte del sistema finanziario, attraverso i processi di cartolarizzazione e attraverso una panoplia di nuovi strumenti finanziari (CDO, CDS, ecc.). In pratica, il mondo ha nuotato nella liquidità, con la conseguenza che si sono concessi crediti a destra e a manca e sono diventate interessanti operazioni finanziarie altrimenti non redditizie (ad esempio le operazioni di fusione ed acquisizioni dei fondi Private Equity), si è moltiplicato l’uso della leva (ossia del ricorso al credito) per le attività sui mercati finanziari, si sono moltiplicati gli Hedge Funds e sono stati inventati nuovi e sempre più sofisticati strumenti.

In pratica, si è creato un’enorme «Catena di Sant’Antonio», con l’ausilio di fisici e matematici che con astrusi modelli hanno dato una parvenza di serietà scientifica a quella che viene chiamata la nuova ingegneria finanziaria. Ma come in ogni «Catena di Sant’Antonio», i problemi sono cominciati (l’estate scorsa) quando si è incrinata la fiducia (ed è quanto ha fatto la crisi dei subprime). A quel punto il meccanismo si è messo a girare al contrario.

Nel nostro caso i titoli, in cui erano stati impacchettati i crediti e che le banche avevano venduto sul mercato, sono tornati nei bilanci delle banche e via dicendo. Le banche si sono ritrovate in pancia nuovi crediti in forma di titoli confezionati da esse stesse, che però oggi nessuno vuole più comprare. Sono state quindi costrette a denunciare perdite miliardarie e a cercare fondi freschi per aumentare il loro capitale.

Questo processo ha portato addirittura alla crisi del mercato interbancario. Questi meccanismi hanno fatto sì che la liquidità creata dallo stesso sistema finanziario si contraesse rapidamente e continui a contrarsi anche perché i problemi di solvibilità si stanno estendendo ai titoli legati alle carte di credito, ai leasing e poiché sta entrando in una profonda crisi il mercato dei Credit Default Swap (CDS), ossia il meccanismo attraverso cui gli investitori si assicurano contro il rischio di insolvenza del debitore.

Nel frattempo la crisi del mercato immobiliare americano, che si è già estesa a quelli britannico e spagnolo, si è aggravata e ha cominciato a provocare una contrazione economica che è destinata ad aumentare i problemi di insolvenza.

In queste condizioni, come sostiene giustamente l’FMI, il ribasso del costo del denaro è utile, ma non sufficiente per superare la crisi. Esso potrà al massimo attutire la crisi immobiliare, ma non è in grado di rilanciare i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Anche perché è in crisi il canale di trasmissione degli impulsi monetari, ossia il sistema bancario. È quindi corretto, come suggerisce l’FMI, ricorrere alle vecchie politiche keynesiane di rilancio dell’economia attraverso un aumento della spesa pubblica e/o riduzione delle tasse, finanziati attraverso un aumento dei disavanzi pubblici. L’urgenza di queste misure straordinarie è giustificata dalla gravità della situazione. Infatti perdere tempo prezioso può voler dire seguire l’esempio del Giappone, che ancora oggi non è uscito dalla crisi scoppiata all’inizio degli anni Novanta.

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