FINANCIAL TIMES: LE VENDITE SI AVVITANO A SPIRALE

5 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

La crisi dei broadsheets britannici non accenna a fermarsi. La crescente confusione intorno al gruppo Telegraph continua ad incuriosire il mercato dopo la decisione del giudice del Maryland Leo Strine, che ha imposto lo stop al piano del magnate canadese Conrad Black di vendere il suo pacchetto azionario della holding Hollinger International ai misteriosi gemelli Barclay per una cifra attorno a 350 milioni di sterline. Ora, David e Frederick Barclay si sono ritirati dalla mischia, lasciando l’appetitoso boccone composto dal Daily Telegraph, la testata domenicale Sunday Telegraph, e il prestigioso settimanale d’opinione lo Spectator, alla mercè di un’asta pubblica, senza discriminazioni alcune per quanto riguarda l’acquirente.

Da quando, tre anni fa, il Daily Telegraph è sceso sotto il milione di copie vendute, si è diffusa a Londra la sensazione di una bestia ferita: nonostante rimanga market leader fra i broadsheets, la perdita del 10% dei lettori in tre anni è grave. Ma almeno il Torygraph (così detto per la sua tradizionale propensione, dal 1855 ad oggi, a sostenere il partito conservatore in modo piuttosto leale) continua a rimanere in attivo, malgrado anche la perdita di una fetta consistente della pubblicità: 29 milioni di sterline dopo le tasse nel 2002.

Chiunque sarà il futuro patron del gruppo, la tendenza verso il formato tabloid è sempre più certa: specialmente dopo il grande successo dell’innovazione grafica presso l’Independent (da 186mila a 212mila, + 14% lettori in un anno) e il Times (+5% lettori nella sola zona londinese).

Molto più grave invece la situazione in cui versa il Financial Times. In rapporto inverso con l’attenzione sempre più reverenziale accordatagli in Italia, the pink ‘un («quello rosa» nel gergo degli edicolanti londinesi di una volta) sta subendo un’emorragia di lettori nel Regno Unito; sulle 403.300 copie vendute nel mondo a gennaio 2004, solo 134.300 erano lette dai residenti britannici (di cui solo 103.200 a full price), un brutto 8% in meno rispetto al 2003.

Ancora più clamoroso il crollo della pubblicità: nella prima metà del 2003, era del -18%, mentre ora è calato al -4%. Non fosse per il successo globale del brand della Pearson (fatturato annuale di 4 miliardi di sterline nel 2003, di cui almeno due terzi derivano dal settore Educational publishing, soprattutto negli Stati Uniti; profitti prima delle tasse di 152 milioni di sterline), le clamorose cifre in rosso per il più prestigioso business daily europeo sarebbero catastrofiche: il penoso deficit di 23 milioni nel 2002 è cresciuto l’anno scorso del 39%, raggiungendo i 32 milioni.

E questo malgrado una radicale ristrutturazione interna nel 2002, con risparmi calcolati a 100 milioni: sono ormai banditi taxi e business lunch al ristorante per i giornalisti, a tutti tocca ormai viaggiare con i mezzi pubblici, e accontentarsi di un modesto snack come i comuni mortali. E dopo anni di sacrifici, i giornalisti del pink non ce la fanno più. Dopo l’ennesima offerta di un aumento del 2%, il Nuj, sindacato del settore giornalistico, sta meditando lo sciopero generale.

Facendo buon viso a cattivo gioco, il Chief Executive della Pearson, Dame Marjorie Scardino, continua ad insistere: il FT va benino, la ripresa è dietro l’angolo («nel momento in cui le grandi banche londinesi tornano ad assumere, salgono le nostre vendite inglesi»), e continua a negare le voci che la vogliono in partenza, secondo molti verso la poltrona vacante del chairman della Bbc, un’ottima mossa per la texana.

La Scardino ha voluto sottolineare le sue intenzioni con un gesto forte di lealtà al gruppo: ha appena scambiato 1,2 milioni del suo pension package con azioni Pearson. Non ha forse tutti i torti: se la profittabilità del FT cartaceo continua ad illudere (malgrado il costoso rilancio e restyling grafico dell’anno scorso) quella della versione on line è promettente: FT.com ha registrato un incremento del 50% degli abbonati negli ultimi sei mesi, portandoli a 74mila, di cui la metà nel Regno Unito.

Ma in fondo la crisi non è tanto legata alle fortune della City quanto ad un problema ben più strutturale, che coincide con quello del Telegraph: il mercato britannico non regge più cinque broadsheets quotidiani, specialmente in un’era dei tanti canali specializzati delle news televisive, e la diffusione dell’internet. Il Times di Rupert Murdoch è assai concorrenziale: con un prezzo di 50 penny, l’esatta metà di quello del FT (una sterlina), non sorprende se ormai ci sono molti più lettori nel mondo degli affari che preferiscono il Times (250mila su un totale di 620mila lettori, secondo i sondaggi), rispetto ai 134mila del rivale rosa.

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