FIAT MONEY

11 Gennaio 2005, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – La moneta all’interno di un Paese deve essere creata dalle autorità monetarie su base discrezionale oppure in stretto rapporto con un bene reale, tipicamente l’oro? Il primo modo di creare moneta è detto, in particolare negli Stati Uniti, moneta tratta dall’area sottile (out of thin air) o anche “sia fatta la moneta” (fiat money) e presenta molti vantaggi rispetto alla moneta merce. In particolare quello di venir offerta per qualità e quantità in relazione all’evoluzione del Pil o anche per stimolare lo sviluppo del medesimo e, quindi, in funzione anticiclica (abbondante in fase recessiva e più scarsa in fase di espansione eccessiva).

Tuttavia la moneta fiat è intrinsecamente inflazionistica e profondamente immorale. E’ inflazionistica perché le autorità monetarie, per non sbagliare in senso restrittivo (provocando recessione), tendono ad esagerare in senso espansivo. Gli oppositori della fiat money portano a sostegno della loro tesi che, nel tempo, nessuna fiat money ha conservato inalterato , o quasi inalterato, il suo valore.

Anche in un Paese come gli Stati Uniti, avente grandi risorse e vincitore di due guerre mondiali, un dollaro del 1913, anno in cui fu costituita la Fed – cioè una banca centrale operante nella logica della fiat money – equivale a circa 30 dollari di oggi, cioè ha perso quasi il 97% del suo valore (in Italia lo stesso calcolo porterebbe ad una perdita del valore della lira di circa il 99,99%). In definitiva se è vero si sostiene che il prestigio di una banca centrale si misura con la sua capacità di governare la moneta fiat come se fosse una moneta aurea (vedi Deutsche Bundesbasnk nei decenni passati), perché non ricorrere alla soluzione di ripristinare una moneta convertibile in oro?

Così si eliminerebbe la tendenza intrinsecamente inflazionistica e si ripristinerebbe un sistema monetario sano e non immorale. Dove l’immoralità consiste nel fatto che le persone devono lavorare e faticare tutta la vita per ottenere quella moneta che per la banca centrale è solo un piccolo giro di rotativa.

Ma tant’è. Il ritorno ad una moneta merce, a livello nazionale, è improponibile perché si tratterebbe di ingabbiare lo sviluppo e di far dipendere il ciclo economico dalla disponibilità di oro.

Se il capitalismo tentasse di ritornare ancora su questa strada sarebbe spazzato via in breve tempo dalla furiosa reazione delle masse popolari che, in certi periodi, sarebbero ridotte alla fame. Rimane, quindi, solo la moneta atto di volontà con i suoi peccati originali intrinseci fra cui – come si è detto quello di essere inflazionistica. Per questo le banche centrali vedono nell’inflazione il prodotto delle loro azioni e insieme la loro bestia nera, il nemico con cui combattere una battaglia incessante, continua, senza quartiere.

Questo è il paradosso delle banche centrali del ‘900, o di questo secolo, rispetto ai vecchi istituti di emissione dell’800: creare necessariamente inflazione e combattere senza tregua la loro creatura. Fiat money e inflazione sono due fratelli gemelli e, contemporaneamente, due nemici acerrimi. E così è stato sempre, dal New Deal roosveltiano della metà degli anni ’30 alla fine degli anni ’80.

Ma poi è venuto lo shock: l’esperienza giapponese degli anni ’90. L’esperienza, cioè, di un Paese in cui la banca centrale, attrezzata a combattere l’inflazione, si è trovata indifesa contro la deflazione. E a questo punto i banchieri centrali hanno giurato a se stessi di fare qualunque cosa pur di non trovarsi invischiati nell’accoppiata moneta fiat/deflazione.

In particolare il banchiere centrale che, con più convinzione, ha giurato a se stesso di evitare questa accoppiata funesta è stato Greenspan. Anche perché egli ha capito che, essendo il Giappone un Paese creditore e i giapponesi dei grandi risparmiatori la deflazione ha prodotto ivi danni consistenti al sistema economico, ma limitati. Negli Stati Uniti, Paese debitore e i cui cittadini sono indebitati fino al collo, gli effetti della deflazione sarebbero catastrofici. Un certo grado di inflazione è cioè connaturato al buon funzionamento dell’economia americana. La deflazione, gonfiando i valori reali dei debiti, sarebbe sconvolgente a livello macro e micro economico.

Pur di evitare questa tragedia Greenspan non si è peritato, negli ultimi anni, di inondare il suo Paese, e indirettamente il mondo, di liquidità, minacciando quasi di lanciare i dollari sulla popolazione con gli aerei. Che questo comportamento della Fed potesse generare una nuova bolla speculativa, un nuovo rialzo insano dei prezzi delle azioni, dei bonds, degli immobili, delle materie prime era secondario. Che poi questa politica monetaria si scaricasse sulla debolezza del dollaro abbassando il cambio fino a livelli inimmaginabili in termini di potere d’acquisto era ininfluente. Per sopravvivere occorre fare una lotta senza quartiere alla deflazione. Poi si discute. Primum vivere, deinde philosophari.

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