Fiat, è guerra tra Marchionne e i sindacati

21 Giugno 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – (aggiornato) Alta tensione sul destino dello stabilimento Fiat di Pomigliano. E’ arrabbiato Sergio Marchionne per la piega presa dalla vicenda, “era un accordo che doveva essere estremamente semplice”. L’ad del Lingotto usa toni polemici, duri. Attacca frontalmente sindacati e lavoratori: “Smettiamo di prenderci per i fondelli. Lunedì scorso lo stabilimento di Termini Imerese è andato in sciopero e l’unica ragione era che stava giocando la Nazionale italiana”. E ancora: “Come lo hanno fatto a Termini, lo hanno fatto a Pomigliano, lo fanno tutti gli altri stabilimenti italiani – dice il manager -. O facciamo il nostro lavoro seriamente o se no la Fiat non è interessata. Se si vuole ammazzare l’industria ditemelo. L’Italia – aggiunge – non avrà un futuro manifatturiero, l’industria non esisterà più”.

Marchionne è critico anche nei confronti degli stabilimenti italiani. Parla del livello di qualità con cui viene lavorata la Panda in Polonia, “perché è elevato più che nei nostri stabilimenti”, spiega. “La Panda la producono in Polonia, l’hanno prodotta bene con un livello di qualità che non è mai stato raggiunto in uno stabilimento italiano. Mai. Quindi – conclude – attenzione a criticare gli altri”. E a Cofferati che lo paragona a
Cesare Romiti, replica: “non lo conoscevo, può darsi che avesse ragione lui”. Dal referendum del 22 giugno, Marchionne si aspetta un risultato positivo con “una percentuale tale da permettere di poter utilizzare lo stabilimento”.

Oggi intanto i lavoratori delle carrozzerie e della powertrain di Mirafiori hanno scioperato (e sono scesi in corteo) contro l’accordo che la Fiom non ha voluto firmare. Secondo la Fiom di Torino ha incrociato le braccia oltre l’80% dei lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori. “La risposta dei lavoratori – osserva Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese – è stata eccezionale, come non si vedeva da anni. E’ un segnale di cui tutti dovrebbero tenere conto, la Fiat innanzitutto, ma non solo”. “Lo sciopero di Mirafiori dimostra solo che l’accordo di Pomigliano è nato morto”, commenta Giorgio Cremaschi, volto storico della Fiom. Per la Fiat, invece, l’adesione è stata del 30% alle carrozzerie e del 2,8% alla powertrain.

Questa è la situazione a pochi giorni dal referendum del 22 giugno a Pomigliano, quando i lavoratori saranno chiamati a dire la loro sull’intesa siglata solo da Cisl e Uil. “Sarà sicuramente un giorno importante” si limita a dire il presidente della Fiat John Elkann. “Mi aspetto un esito positivo, una percentuale tale da permetterci di poter utilizzare lo stabilimento” spiga Marchionne. Mentre il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, confida “in un esito positivo” e auspica che “la Fiom possa ripensarci. Siamo davanti a un’azione che va contro la storia, che riporta dalla Polonia investimenti in Italia. Credo che un no significhi anche creare un vero problema alla capacità di attrarre investimenti nel paese”.

E’ proprio sul voto che si accende lo scontro tra sindacati. Ieri il segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, aveva invitato i lavoratori ad andare comunque a votare per evitare ritorsioni anche se, ha aggiunto, “non c’è alcuna trattativa: è la Fiat che deve ripensarci e il referendum è del tutto illegittimo”. “La Fiom non ha firmato e non firma quell’accordo – ha detto Landini -. E’ grave quello che sta succedendo a Pomigliano”. Secondo Landini “il referendum di Pomigliano è illegittimo almeno per due motivi: il primo è che si mette in discussione una violazione della Costituzione, il secondo è che non è libero. Noi non a caso non diamo alcuna indicazione di voto e non vogliamo che gli operai di Pomigliano diventino degli eroi, perchè sappiamo come è la situazione quando uno è sotto ricatto”.

Dura la replica dello Slai Cobas: “E’ come dire a un commerciante di pagare il pizzo perché altrimenti la camorra lo uccide” dice Vittorio Granillo, del coordinamento nazionale dello Slai Cobas che si asterrà dal voto considerando il referendum “illegittimo”. Sul fronte politico il Pdl si schiera per il via libera all’accordo, mentre il segretario del Pd Pierluigi Bersani ribadisce il suo ”sì con riserva” chiedendo, però, che questa vertenza non sia “ideologizzata o portata a modello da trasferire in tutto il Paese”.

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Sciopero alla Fiat di Termini contro le parole di Marchionne

Gli operai hanno incrociato le braccia in risposta all’amministratore delegato. Marchionne, la settimana scorsa, li aveva accusati di avere organizzato lo sciopero per potere vedere la partita Italia-Paraguay

Scatta lo sciopero alla Fiat di Termini Imerese. Gli operai dello stabilimento siciliano hanno deciso di fermare la produzione per protesta contro le parole dell’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne che aveva criticato i lavoratori siciliani accusandoli di avere scioperato lunedì scorso solo per poter vedere la partita di calcio dei Mondiali Italia-Paraguay.

“L’attacco di Marchionne ai lavoratori di Termini Imerese è insieme volgare e provocatorio”, aveva detto subito dopo l’accusa dell’ad Fiat il segretario della Fiom Cgil in Sicilia, Giovanna Marano.

Lo sciopero è stato indetto in maniera unitaria dai delegati di Fim-Fiom e Uilm e dall’Ugl. Gli operai hanno deciso di fermarsi per un’ora, alcuni sono usciti dallo stabilimento per incontrare davanti ai cancelli i segretari sindacali. Dalle 10.30 è iniziata un’assemblea in fabbrica. A Termini Imerese, tra diretto e indotto, lavorano circa 2.500 persone impegnate nell’assemblaggio della Lancia Ypsilon. La Fiat ha deciso di chiudere la fabbrica a fine 2011.

“Questa è la risposta a Marchionne”. Così il segretario della Fiom di Palermo, Roberto Mastrosimone, commenta lo sciopero alla Fiat di Termini Imerese. “Qui c’è gente che lavora da trent’anni – aggiunge Mastrosimone – Il signor Marchionne non solo sta chiudendo lo stabilimento ma addirittura adesso cerca di screditare il lavoro degli operai. Eppure era stato proprio lui a lodare la professionalità dei lavoratori di Termini Imerese, spiegando che la scelta di chiudere dipendeva da altre cose”.