FIAT, CHE DANNI, SE FA FINTA DI ESSERE PUBLIC COMPANY

28 Aprile 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Scusate ma c’è da non credere ai propri occhi. All’indomani della riunione in cui l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne è riuscito a quel che pare a convincere gli otto istituti bancari creditori a convertire i propri 3 miliardi di euro prestati a Torino in azioni della società, abbiamo aspettato un’informativa al mercato, che facesse ben capire portata, significato e conseguenze di quanto sta avvenendo. Al contrario, non è avvenuto nulla.

Si sono sprecati elogi all’abilità del manager italo-svizzero-canadese, tenace e caparbio nel mettere le banche di fronte al fatto compiuto che l’azienda non ci pensa nemmeno a restituire il prestito, ed è invece interesse di chi ha prestato i soldi che il beneficiario non li restituisca e si alleggerisca dell’equivalente nel proprio debito. Sicuramente, a giudicare dall’esito annunciato – ché di qui all’esercizio poi della conversione, previsto a fine settembre, molte cose possono ancora cambiare – Marchionne merita l’applauso, se siete un azionista Fiat. Ma se non lo siete, ecco che la cosa cambia, e alcuni interrogativi si avanzano e restano senza risposta.

E’ forse una public company, la Fiat attuale? Se lo fosse, sarebbe giusto infatti giudicare il solo Marchionne per il suo operato nei confronti delle banche creditrici, nel senso che il manager ne risponderebbe poi alla vasta assemblea dei suoi azionisti, con tutti gli strumenti di governance che una public company all’anglosassone prevede nel caso. Ma la Fiat, appunto, non è una public company. E’ una società governata da azionisti di controllo. E sono quelli il “principale” che deve una comunicazione al mercato, non il loro “agente” Marchionne.

Perché l’azionista di controllo deve informare delle proprie valutazioni intorno a ciò che è stato deciso? Per il semplice fatto che è totalmente fuori dal mondo, prima ancora che fuori dal mercato, che l’azionista storico di controllo di una società quotata pluricentenaria come è la Fiat – con tutto ciò che il suo nome rappresenta nella storia italiana – decida di sparire all’interno di una nuvola impenetrabile, proprio il giorno in cui si decide che, se si attua la conversione, il controllo passa dalle sue mani alle banche azioniste e non più creditrici.

Qui non si tratta di far filtrare le solite indiscrezioni pilotate a questo o quel giornale, sul fatto che i giovani eredi non vogliano mollare la presa anche se chiedono alle banche una nuova e ancor più spericolata formula-ponte, oppure ancora sulla ragionevole ma mai accertata ipotesi che la famiglia del resto non intende però più metter mano al proprio portafoglio di partecipazioni, per rinsaldare patrimonialmente il gruppo e fronteggiare le perdite dell’auto, che restano a bocca di barile, ben oltre un miliardo di euro l’anno dopo nove anni di crisi.

Si tratta invece di una vera e propria comunicazione formale da dare al mercato, e la Consob avrebbe fatto bene a chiederla senza troppo indulgere in guanti bianchi.

Mettetevi infatti nei panni ipotetici di un azionista delle banche che hanno “dovuto”, a quel che pare, accettare la conversione. Avreste pieno titolo per chiedere agli amministratori della società di cui siete azionisti in vista di che cosa siete chiamati a incorporare nel vostro titolo il danno patrimoniale derivante dallo sconto delle massicce minsuvalenze messe a libro. Potreste e dovreste rivolgere ai vostri amministratori tutta una serie di sagge e fondate domande, per capire meglio che è vostro pieno diritto sapere.

L’attuale azionista di controllo della Fiat, ha chiesto alle banche un lock up delle proprie quote, come a dire che le considera puri partner finanziari e le banche stesse hanno concesso all’azionista di rimare pieno titolare dei diritti di controllo industriale? Impensabile, otto soci che hanno quasi il trenta per cento non sono certo meri partner finanziari. Le banche si sono invece riservate e hanno ottenuto dei diritti e quali, nelle scelte strategiche?

La famiglia Agnelli ha detto loro che è alla ricerca di un socio straniero per la sola Auto, si avvia a un successivo scorporo che lascerà le banche titolari di quote della holding le cui altre attività producono reddito, a premio di aver garantito il ponte finché non si trova un nuovo socio industriale? Oppure alcune banche hanno chiesto tali diritti e li hanno forse ottenuti, e altre no pensando di disfarsi al più presto sul mercato delle proprie quote?

Ma con che prospettive di non realizzare altre perdite, dovreste chiedere ai vostri amministratori, una volta chiaro che la Fiat Auto nella sua configurazione attuale e con l’eccesso di capacità che resta nel settore a livello mondiale assolutamente non ce la può fare, da sola? E ancora: è forse il totale disimpegno dall’Auto ciò che i soci di controllo attuali hanno fatto capire alle banche di voler ricercare? E’ possibile mai che il mercato, per capire davvero che cosa intendano fare gli eredi Agnelli, debbano rifarsi a dichiarazioni rilasciate in epoche ormai storiche, due o tre anni fa?

Ma la Fiat è la Fiat, direte voi. Sempre la solita storia. Poiché la Fiat è la Fiat, come singoli contribuenti nei decenni abbiamo dovuto mettere a sua disposizione chi dice centocinquanta e chi duecentomila miliardi di vecchie lire, attualizzate al cambio di oggi (il conto non è di un comunista incallito ma di Roberto Rosso, di Forza Italia, Torino). E ora spetta anche agli azionisti bancari spalmare un sovrappiù di perdite torinesi nei loro incolpevoli portafogli. E tutto questo senza neppure aver diritto a sapere un perché che non sia il diritto di sangue e lo stucchevole ritornello del too big to fail?

Francamente, quando è troppo è troppo. Nove anni di crisi invano invocano esiti rapidi, non tappeti rossi a soci di controllo tanto incapaci. Sergio Marchionne merita tutto il rispetto. Un capitalismo tanto minato da nascondere cacche sotto il tappeto, proprio no. Tanto meno se fa finta di comportarsi da public company, quando da decenni ha lucrato tutti i possibili premi impropri del controllo.

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