FERMATE
IL DECRETO
SALVA-LADRONI

4 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Una riforma che servirà a tirare immediatamente fuori dai guai Tanzi, Cragnotti e tutti gli altri accusati di truffa e bancarotta per il crack Cirio e Parmalat. Entra in Parlamento con questo bel biglietto da visita il decreto sulla competitività che contiene la modifica delle pene per le frodi che, normalmente, accompagnano un fallimento. Un argomento un po’ ostico al grande pubblico ma di importanza fondamentale per l’ordinato svolgimento dell’attività economica.

Tanto importante per il governo che ha deciso di porre la fiducia sul maxi-emendamento contenente la riforma. Le novità più indigeste sono due: la prescrizione viene ridotta da quindici a cinque anni e la pena massima da dieci a quattro anni se la condanna colpisce gli amministratori, i membri del collegio sindacale o il liquidatore.

L’imprenditore individuale rischia, invece, sei anni. Tradotto in soldoni tutto questo significa alcune cose molto precise. Intanto che i processi a Tanzi e a Cragnotti dovranno concludersi entro cinque anni altrimenti la sentenza, qualunque essa sia, arriverà a tempo scaduto. Considerando che i procedimenti sono cominciati già da qualche anno è arci-sicuro che i protagonisti dei più clamorosi crack della storia italiana torneranno in libertà lindi e puliti come se tutto quanto accaduto fosse stato solo un cattivo ricordo.

Paradossalmente non avrebbero nemmeno la possibilità di poter, eventualmente, dimostrare la loro innocenza. Per i duecentomila risparmiatori che hanno perso il loro patrimonio tra latte avvelenato e pomodori avariati una delusione in più. La seconda novità è ancora più inspiegabile della prima: Tanzi e Cragnotti, in quanto amministratori delle loro società, rischierebbero solo quattro anni. Il bottegaio dell’angolo, in quanto imprenditore individuale, fino a sei. Anche se il suo fallimento ammonta a poche migliaia di euro. Difficile capire le ragioni di tanti squilibri.

La riduzione dei tempi di prescrizione dovrebbe servire, secondo i parlamentari che l’hanno proposto, a mettere un po’ di sale nelle toghe magistrati. Costretti a sbrigarsi per non fare scadere il tempo potrebbero essere spinti a lavorare un po’ di più e meglio. Come giustificazione, per la verità appare un po’ rozza. Intanto non tiene conto che i magistrati (con tutto il rispetto di questo mondo per il sudore e la dignità della classe operaia) non sono esattamente metalmeccanici che stanno alla catena di montaggio seguendo tempi e metodi.

Inoltre non considera le difficoltà delle indagini e della lentezza degli accertamenti. Soprattutto in un sistema ormai globalizzato in cui i capitali saltellano come canguri impazziti da una nazione ad un’altra, da una capitale ad un’altra, da un paradiso fiscale alle Gran Cayman, nel Pacifico all’isola di Malta nel cuore del Mediterraneo fino a Lussemburgo, in Svizzera o nelle isole del Canale che stanno immerse nella Manica. Il capitale finanziario, come si è visto chiaramente dalle prime indagini su Tanzi, impiega il tempo di un bit a effettuare questi spostamenti.

Per trovarne le tracce ed eventualmente la consistenza servono mesi se non anni. Basterà un esempio per tutti: il fallimento del Banco Ambrosiano (il più clamoroso prima di Tanzi e Cragnotti) ha impiegato vent’anni per essere chiuso. È vero che i processi penali a carico dei responsabili si sono conclusi molto prima. Resta il fatto che, con le nuove leggi, Roberto Calvi ci avrebbe pensato due volte prima di suicidarsi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Essendo presidente del Banco Ambrosiano se la sarebbe cavata, nella peggiore delle ipotesi in quattro anni.

Altrimenti, sfruttando la prescrizione di cinque anni, sarebbe uscito dall’inferno dello scandalo con una semplice tiratina dei baffetti che portava sempre ben ordinati. Considerano il rapporto fra costi (una condanna lieve probabilmente da non scontare nemmeno) e i benefici (il crack Ambrosiano valeva 2 mila miliardi del 1984) il gioco si faceva largamente conveniente. Figuriamoci per Tanzi che, secondo l’accusa, di miliardi ne ha fatti sparire ben 14: solo che sono euro e non lire. Altrimenti il totale sarebbe di 28 mila. Più di quanto servirebbe a Berlusconi per ridurre le tasse nel 2006.

Un intervento dal quale dipende, in larghissima misura, la speranza di restare inquilino di Palazzo Chigi per i prossimi cinque anni. Non è un caso che l’annuncio della riforma dei reati di bancarotta ha fatto il pieno di dissensi. Sono scesi in campo ottanta big del diritto che hanno acquistato ieri mezza pagina sul Corriere della Sera per esprimere la loro protesta. Una bocciatura assolutamente bipartisan visto che il manifesto è stato firmato anche da tecnici di centro-destra come Giovanni Schiavon, capo degli ispettori del ministro della Giustizia e Carlo Nordio presidente della Commissione per la riforma del Codice penale. La conclusione cui arrivano gli ottanta super-tecnici è desolante: con la nuova legge Tanzi rischierà meno di un suo impiegato che, in azienda, avesse rubacchiato una matita e qualche penna…

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