Fed: nemmeno in Venezuela o in Argentina fanno queste cose

3 Ottobre 2010, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Il pensiero apocalittico in Europa non esiste più (tranne qualche traccia nell’ecologismo e in Toni Negri) ma nelle Americhe e in Africa è vivacissimo. La saga Left Behind, che in sedici volumi raconta la fine dei tempi secondo i principi del dispensazionalismo, ha venduto solo negli Stati Uniti, dal 1995 a oggi, 65 milioni di copie ed è stata spesso in testa alle classifiche. Ne sono già stati tratti tre film che in Europa non arriveranno mai.

Le fasi finali della storia umana, in queste interpretazioni, sono caratterizzate da un’alternanza drammatica tra il bene e il male, che volta a volta prevalgono o soccombono, secondo una sequenza complessa e predefinita, prima della vittoria finale del bene. Con uno stravolgimento tipicamente gnostico dell’escatologia canonica, alcune scuole di pensiero tardoantiche (assolutamente minoritarie) teorizzarono che praticare il male è doveroso, perché accelera la venuta finale del bene. I Nicolaiti, i Borboriti e i Secundiani si dedicarono finché poterono al libertinaggio esattamente in questo spirito.

Un’eco di questo modo di pensare, del male che accelera la venuta del bene, si avverte oggi a vari livelli. Sul piano politico si sostiene da più parti che l’eventuale perdita di una camera il 2 novembre darà a Obama più possibilità di farsi rieleggere nel 2012 perché gli offrirà l’opportunità di incolpare i repubblicani per il permanere di un alto livello di disoccupazione. Molti poi affermano che la paralisi legislativa che caratterizza le fasi di coabitazione tra Congresso di un colore e Casa Bianca di un altro è in realtà, storicamente, un fatto positivo. I politici che litigano e si bloccano a vicenda non fanno danni.

Sui mercati il concetto del male acceleratore del bene è ancora più evidente. Dati palesemente negativi come il calo ulteriore della fiducia dei consumatori fanno salire le borse perché, si ragiona, aumentano la probabilità e la dimensione del quantitative easing, avvicinandone per di più i tempi. Se poi i dati sono buoni le borse salgono ugualmente, ci mancherebbe.

Lo stesso avviene sul dollaro. Il suo indebolimento è del resto l’altra faccia del quantitative easing (è intuitivo, se si creano dollari il prezzo scende). Un dato negativo lo fa arretrare perché significa Fed più espansiva. Un dato positivo lo fa scendere perché aumenta la propensione al rischio dei mercati, che quando sono di buon umore si indebitano in dollari (cioè li vendono) per comprare azioni e materie prime.

Anche i T-Bond salgono di prezzo qualsiasi cosa accada perché danno per scontato il quantitative easing. Charles Gave nota malizioso che chi compra i Treasuries lo fa non per il loro rendimento ma con l’obiettivo di rivenderli più cari alla Fed nei prossimi mesi. Che cosa succederebbe però, nota, se i dati macro di ottobre dovessero uscire buoni? La Fed potrebbe rinviare i suoi progetti a data da destinarsi e i detentori di bond si troverebbero con carta di dubbio valore intrinseco e con prezzi in veloce discesa. Alla luce dell’ultimo comunicato del Fomc, che in pratica lega le mani alla Fed e rompe i ponti dietro le spalle, si tratta però di un’ipotesi improbabile. La Fed farà comunque qualcosa, ma non si può escludere che faccia meno di quello che a questo punto il mercato si aspetta.

Nota il Wall Street Journal che la Fed, il 4 novembre, potrebbe annunciare acquisti di Treasuries inizialmente ridotti (ad esempio un quarto di trilione contro il trilione intero che il consenso prevede) riservandosi di allargare il programma nei mesi successivi. Questo permetterebbe a Bernanke di ridurre l’opposizione dei falchi nel Fomc e consentirebbe alla Fed di stendere una rete di protezione più duratura sotto le borse. Inizialmente, alla notizia di un QE più piccolo, bond e borse potrebbero reagire con un moto di stizza, ma nel tempo, sapendo di avere in tasca la put di Bernanke, riprenderebbero a esplorare nuovi massimi con più calma e tranquillità.

Con un QE più piccolo, inoltre, Bullard dormirebbe più tranquillo. Il presidente della Fed di Saint Louis ha fatto infatti notare con disagio che un QE da un trilione equivarrebbe esattamente al fabbisogno di bilancio del 2011. In pratica, l’intero deficit dell’anno prossimo verrebbe finanziato dalla Fed. Nemmeno in Venezuela o in Argentina hanno mai fatto queste cose. Quando Chàvez ordina al Banco Central di comprargli qualche titolo del Tesoro incontra puntualmente resistenza, fino alle dimissioni di un paio di governatori. Alla fine glieli comprano, ma mai tutti. Lo stesso a Buenos Aires. La presidente Kirchner ha dovuto mettere al Bcra la sua compagna di partito Mercedes Marcò del Pont (e mandare via Martìn Redrado che vi si opponeva strenuamente) per monetizzare (indirettamente, attraverso le riserve, ma è uguale) una parte del disavanzo, neanche tutto.

Incapaci di affrontare seriamente e strategicamente i loro problemi di bilancio, gli Stati Uniti ricorrono al pilota automatico del dollaro debole e della monetizzazione e aggiungono in sovramercato un fervore populista di iniziative congressuali che richiedono al Tesoro dazi punitivi se la Cina non rivaluta. La Cina di solito non dà mai giudizi sugli altri, ma quando viene attaccata reagisce con estrema durezza. Più che il discorso vittimista di Wen (se ci fate rivalutare avremo disoccupazione e tensioni sociali incontrollabili) colpiscono le dichiarazioni di Yu Yongding, vicino alla banca centrale, che suggeriscono alla Cina di abbandonare il dollaro e l’America al loro tristissimo destino e all’inevitabile collasso. Yu, più libero di parlare di Wen, tradisce il disprezzo dell’élite cinese verso gli Stati Uniti, considerati incapaci di governarsi. E’ il disprezzo del pusher verso il suo cliente.

L’esperienza degli anni Settanta mostra che bisogna stare attenti a dare per finiti gli Stati Uniti, ma è anche vero che in questo momento i problemi dell’America appaiono molto più profondi e strutturali di quelli dell’Europa.

Tutti parliamo tutti i giorni di Irlanda e Grecia, ma del fatto che il piccolo New Jersey, il dormitorio di New York e di Philadelphia che tassa i buoni redditi dei pendolari a una delle aliquote più alte d’America, sia underfunded di 85 miliardi sulle pensioni dei suoi statali e di 67 sulla sanità non parla quasi nessuno. Si parla della California, ma l’Illinois obamiano, underfunded di 80 miliardi sulle pensioni, è quasi alla bancarotta. E così via, stato dopo stato, a parte i virtuosi della Bible Belt come il Texas. La percezione della crisi fiscale è comunque vicina al punto di ebollizione nell’opinione pubblica e dopo il 2 novembre non si parlerà d’altro per mesi. Nel frattempo il dollaro molto difficilmente recupererà terreno.

L’altra faccia della debolezza del dollaro è data dagli utili che le società americane conseguono all’estero in valute sempre più forti. L’accelerazione della caduta in prossimità del 30 settembre, fine trimestre, fa pensare (maliziosamente) a una bella spinta agli utili che le società cominceranno a pubblicare fra dieci giorni. La borsa ne prenderà atto con soddisfazione, gli elettori vedremo.

Chi ha dollari dovrà tenerli esclusivamente in azioni americane. I Treasuries e gli altri bond in dollari per qualche tempo non scenderanno, ma scenderà il dollaro sottostante. Chi non ha dollari non comperi Etf sull’America (in qualsiasi valuta denominati, tanto sotto ci sono sempre dollari) ma acquisti index futures su S&P500 o Nasdaq. In questo modo godrà senza penalizzazioni dell’outperformance del mercato americano rispetto all’Europa. Se si vorranno comperare azioni particolari, si copra il cambio.

Molti paesi emergenti, dal canto loro, stanno pensando di tassare i nostri soldi europei, americani e giapponesi che continuano ad affluire nelle loro casse. Non ne hanno bisogno e non li vogliono. Una volta erano loro a portare i soldi a Miami e a Zurigo, ora gira tutto al contrario. Chi vuole investire in Sud Africa o in Brasile lo faccia subito, se non vorrà pagare tasse d’ingresso sempre più alte.

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*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist Kairos Partners SGR. ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.