FED: L’IRAQ PESERA’ SU DECISIONE TASSI

16 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

Il vertice delle Isole Azzorre tenutosi tra il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, il premier britannico Tony Blair e il primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar ha stabilito che “lunedi’ sarà il giorno della verità” per l’intera situazione irachena.

Un’affermazione perentoria pronunciata dall’inquilino della Casa Bianca e ribadita dai suoi due alleati che non mancherà di ripercuotersi, sin dall’apertura degli scambi su tutti i mercati internazionali e sull’incontro di martedi’ del Fomc, durante il quale la Banca Centrale degli Stati Uniti dovrà valutare l’ipotesi di ritoccare o meno il costo del danaro nel Paese. Decisione che arriverà dopo una settimana conclusa in ripresa per le Borse mondiali e all’indomani della possibile scelta di un intervento militare in Iraq da parte dell’America anche in mancanza di una seconda risoluzione in arrivo dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Così, se Wall Street pare destinata ad un’ennesima seduta di incertezza e a pendere dalle dichiarazioni rilasciate nelle sale del Palazzo di Vetro (anche se questa sterzata verso il conflitto potrebbe fin da adesso creare un clima di sfiducia negli investitori) anche negli uffici della Fed il clima non sarà dei migliori.

Secondo quanto sostenuto dagli esperti fino a un paio di giorni fa da martedi’ prossimo – almeno per quel che riguarda il costo del danaro – l’America potrebbe ritrovarsi sbalzata indietro al 1958 e con un tasso di sconto al livello più basso dal luglio di quell’anno quando si attestava a quota 0,68%: a giudizio di diversi analisti (tra cui quelli di Lehman Brothers), infatti, non appare peregrina l’ipotesi di un taglio – compreso tra il quarto di punto e il mezzo punto percentuale – capace di fare scalare ulteriormente il tasso di sconto, fermo a quota 1,25% la più bassa degli ultimi quarantuno anni. A spingere i tassi, indietro nel tempo, secondo gli esperti sarebbe l’inattesa crescita della disoccupazione salita, al 5,8% in gennaio (dal 5,7%) con 308.000 posti di lavoro persi a febbraio: la più alta perdita di occupati dall’autunno 2001, quando gli attacchi terroristici dell’11 settembre si abbatterono su New York e Washington, mettendo in ginocchio i settori del turismo e del trasporto aereo.

Tuttavia – nonostante questo genere di valutazioni – nutrito appare anche filone degli esperti contrari a una riduzione del costo del danaro all’incontro di martedi’: proprio una scivolata verso la guerra – e, soprattutto, verso una guerra rapida – potrebbe accelerare i termini della ripresa dell’economia americana non rendendo necessario il taglio immediato dei tassi. Una valutazione che fa perno su quanto affermato, lo scorso febbraio innazi al Congresso, dal numero uno della stessa Fed,Alan Greenspan, secondo il quale l’economia a stelle e strisce appare ancora in grado di ripartire al termine di una guerra in Iraq, tanto da non avere bisogno dello stimolo fiscale stilato dall’Amministrazione Bush e definito “prematuro”.

Sull’opportunità di tagliare o meno il costo del danaro già alla riunione del 18 marzo, infine, pesa – a favore – la lontananza temporale del prossimo meeting fissato per il 6 di maggio e – contro – la volontà della Fed di tenersi a disposizione manovre per il futuro quando, risolta l’incertezza geopolitica, il Paese potrebbe avere bisogno di una iniezione di fiducia e di una spinta ai consumi favoriti da un tasso di sconto molto basso.