Farmacisti, tassisti, commercialisti, notai, etc: l’Italia schiava delle lobby

16 Dicembre 2011, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Le liberalizzazioni al centro delle polemiche. Anche il governo Monti si arrende alle lobby?

“Al momento è così, anche se Monti ancora ieri ha ribadito che verranno prese decisioni sul tema delle liberalizzazioni e quindi anche sugli ordini. Al momento però emerge una grossa difficoltà da parte di questo Governo, e di conseguenza una certa delusione diffusa. D’altra parte, con Monti alla Presidenza del Consiglio e Catricalà sottosegretario, peraltro ex Presidente dell’Antitrust, ci si aspettava subito un’offensiva più decisa.
Si è resa evidente in questi giorni la capacità di certe categorie di opporsi a interventi governativi di questo tipo. Nella storia di questi decenni mille volte si sono viste situazioni analoghe, una volta sono i farmacisti, una volta i notai, una volta i commercialisti, gli avvocati…. Categorie che hanno dimostrato di avere un’influenza tale da imporre di fare retromarcia su scelte ritenute troppo “nette”.

Chiaramente, queste forze lobbistiche sono del tutto legittime, pertanto non c’è nulla di illegale. Il problema è che in Italia risultano preponderanti in questi settori, in queste aree economiche, quindi c’è un’ingessatura generale che impedisce al sistema di cambiare e di allinearsi ai tempi. L’economia e la società sono cambiate molto in questi decenni, ma certe categorie professionali, coperte da Ordini, sono rimaste in buona parte immutate”.

Questa situazione, secondo Lei, è legata al fatto che in Parlamento più di metà dei parlamentari appartiene a qualche ordine?

“Questo contribuisce senza dubbio a rallentare e spesso a insabbiare iniziative di questo tipo perché, sia pure informale e non codificata, esiste in Parlamento una fascia, una sorta di rappresentanza tipica dei professionisti che interviene quando si tratta di scegliere cosa fare. E lo fanno guardando anche al consenso elettorale, che è legato anche agli iscritti agli albi. Ricordiamo che in Italia ci sono 28 ordini, che contano circa 2 milioni di persone, quindi non parliamo di un numero piccolo, è un numero cospicuo. La politica è attenta a questo e quindi il fatto che esista un alto tasso di parlamentari con la tessera di un albo, contribuisce a far sì che una grande riforma in chiave un po’ più liberale non riesca a passare.”

La situazione in Europa è diversa? In Italia ci sono più ordini che altrove oppure no?

“A livello internazionale grossomodo ci si divide tra paesi di cultura latina e paesi di cultura anglosassone. Il blocco di cultura latina di cui l’Italia fa parte ha la presenza di ordini, ne esistono anche in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, e appunto in Italia dove ce ne sono tanti. Ma non è questo il punto. Il problema è anzitutto legato all’alto tasso di regole che esistono (peraltro segnalato anche dalla conferenza internazionale). L’Italia, insieme alla Grecia, è il Paese messo peggio da questo punto di vista. In altri paesi gli ordini hanno meno regole, e alcune sono limitate a categorie determinate, gli Avvocati, i medici, infermieri o ingegneri.

Quando invece si estende questa tutela, così solida e pervasiva, a tante realtà, il Paese è imbrigliato, perché evidentemente ci sono persone che possono fare alcune cose, ma impediscono ad altri di farle. Questo diventa un meccanismo complesso che provoca inefficienze e quindi è contestato.
Nei paesi anglosassoni invece, tradizionalmente, non esistono ordini a cui chi fa parte di una professione è obbligato ad aderire. Esistono invece delle associazioni libere che però sono molto rispettate, hanno un fondamento importante e rappresentano solo chi decide di farne parte. Naturalmente è meglio per un avvocato che viva in Inghilterra, iscriversi all’associazione più importante di riferimento, anche se non ha alcun vincolo in questo senso. Iscriversi e rispettare la deontologia, una serie di regole fa sì che da parte della clientela sia guardato in modo più ‘benevolo’. Uno che non si iscrive magari è guardato con sospetto.”

Perché i maggiori ostacoli giungono soprattutto dai farmacisti?

“In Italia ci sono 80 mila iscritti all’albo ma soltanto 17 mila sono titolari. E’ una piccola porzione del totale che ha però un grande potere su tutto il resto. Sono le persone che hanno la titolarità di un esercizio tradizionale e molto spesso sono figli di farmacisti perché la legge facilita anche una certa ereditarietà. La difficoltà è che questo blocco vuole rimanere il più possibile tutelato e impedire troppo che si allarghi il business dei farmaci ad altre figure. E’ un po’ un retaggio del passato, ma a quanto pare la lobby capace di impedire qualunque cambiamento è molto influente.

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