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L’economia sommersa italiana non dà tregua. Secondo l’ultima Relazione del Ministero dell’Economia nel 2022 il gap tra entrate potenziali e reali ha superato di nuovo la soglia dei 100 miliardi di euro. Dopo anni di flessione, l’evasione torna a crescere, confermando quanto il fenomeno resti radicato nel sistema economico nazionale.
Il sommerso che pesa sulle casse dello Stato
Il divario complessivo, che include sia le imposte non versate sia i contributi previdenziali non pagati, si colloca tra 98 e 102 miliardi di euro, con un aumento di circa 3,5 miliardi rispetto al 2021. Questo dato segna un ritorno ai livelli pre-pandemia, anche se resta leggermente inferiore rispetto al 2018.
L’evasione fiscale è la componente più rilevante: mancano all’appello circa 90 miliardi tra Iva, Irpef su imprese e professionisti, Ires e Irap. L’evasione contributiva, invece, è stimata tra 8 e 11 miliardi. Tra le voci in crescita c’è anche quella degli affitti non dichiarati, risaliti a 875 milioni dopo il crollo legato al periodo pandemico.
Un dato in controtendenza positivo riguarda il canone Rai: gli evasori scendono a 1,56 milioni, dai 1,7 milioni del 2021, grazie al canone in bolletta introdotto nel 2016. Si tratta di un esempio di come strumenti mirati possano ridurre sensibilmente l’evasione.
L’economia sommersa cresce ma resta stabile sul Pil
Il valore aggiunto generato dal sommerso ha raggiunto i 182,6 miliardi di euro, in aumento del 10,4% rispetto al 2021, ma con un’incidenza sul Pil praticamente stabile, pari al 9,1%. La maggior parte del sommerso deriva da sotto-dichiarazioni fiscali (55,6%), mentre il lavoro irregolare pesa per il 38%. Altri fenomeni, come mance non dichiarate, affitti e integrazione tra domanda e offerta sommersa, rappresentano circa il 6% del totale.
Sud in testa, Nord più virtuoso
La distribuzione geografica mostra una netta differenza tra Nord e Sud. Il Mezzogiorno guida la classifica, con il sommerso che incide per il 16,5% del valore aggiunto regionale. Seguono il Centro (11,7%) e il Nord, con Nord-est e Nord-ovest rispettivamente al 9,4% e 8,9%.
A livello regionale, la Calabria registra la quota più alta di sommerso (19,1%), mentre la Provincia autonoma di Bolzano quella più bassa (7,7%). Se si considera il contributo al totale nazionale, la Campania spicca per impatto, così come il Lazio e la Lombardia, che pur con propensioni diverse rispetto alla media mostrano un peso significativo sul sommerso nazionale.
Lavoro nero: un fenomeno strutturale
Il ricorso al lavoro non regolare rimane un tratto strutturale del mercato del lavoro italiano. Nel 2022 sono circa 2,9 milioni le unità di lavoro a tempo pieno non regolari, con una lieve crescita rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei lavoratori irregolari è dipendente e impiegata nei servizi, in particolare nei cosiddetti “Altri servizi alle persone”, come babysitter, estetiste e parcheggiatori.
Significativa è anche la presenza di lavoro irregolare in agricoltura, commercio, trasporti, ristorazione e costruzioni, confermando che il fenomeno non è circoscritto a un solo settore.
Le sfide per lo Stato e le imprese
L’evasione fiscale e il lavoro nero non rappresentano solo mancati introiti per lo Stato, ma anche un ostacolo alla competitività delle imprese regolari. Le aziende che operano nella legalità subiscono la concorrenza sleale di chi sceglie scorciatoie fiscali, mentre il mercato del lavoro perde trasparenza e sicurezza.
Il percorso per ridurre il sommerso passa attraverso controlli più incisivi, incentivi alla regolarizzazione e semplificazione normativa. Solo combinando queste leve sarà possibile rendere più conveniente operare in modo trasparente e ridurre la convenienza dell’economia nascosta.