Eurozona: la crisi del debito è tornata?

11 Luglio 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Quando una piccola banca come Espirito Santo riesce a provocare gli scossoni che abbiamo visto ieri sui mercati finanziari, capiamo quale folle sistema abbiamo creato.

Su azionario e mercato del debito fisso siamo ancora molto distanti dai livelli epici del 2011-2012, ma analisti, autorità politiche ed economisti sono tornati a chiedersi se i problemi della crisi del debito dell’Eurozona siano stati risolti o meno.

Gary Jenkins di LNG Capital, per esempio, ritiene che ci sia ancora bisogno di una riforma completa del sistema finanziario.

Da parte sua Nicholas Spiro di Spiro Sovereign Strategy guarda al buono, il brutto e il cattivo tra i fattori scatenanti.

La buona notizia è che non sta scoppiando un’altra crisi finanziaria. Il panico in cui l’Europa era stata gettata nel 2011 e 2012 era tutta un’altra cosa.

Un rialzo di 40 punti base in una settimana ha spinto i rendimenti sui bond portoghesi a cinque anni appena una tacca sopra il titolo equivalente americano. I tassi spagnoli e italiani a dieci anni rimangono sotto il 3%.

Ricordiamo che un livello del 7% viene considerato come il punto di non ritorno che complicherebbe se non comprometterebbe definitivamente il tentativo di ripagare il debito di Madrid e Roma.

La notizia cattiva è che non è solo la seconda banca lusitana il problema. A parte il caso di Espírito Santo, una cui divisione non è riuscita a ripagare i debiti in tempo, sono i fondamentali economici dell’area periferica ad essere preoccupantemente distaccati dalla realtà che ci vogliono far credere i mercati finanziari.

“Il rally dei prezzi dei bond non rispecchia le vulnerabilità politiche, economiche e finanziarie dell’Eurozona”, secondo Shapiro, il quale cita un fenomeno in atto di “caccia al rendimento”.

La domanda da farsi ora è se il caso peculiare di Espirito Santo, che ha preso in prestito 1,15 miliardi di euro con soli 17,6 milioni di fondi cuscinetto di garanzia, convincerà gli investitori a ripensare le loro strategie e superare la loro compiacenza circa i rischi dell’area.

La cattiva parte della storia di Espírito Santo è che ha messo ancora una volta in luce il problema principale dell’unione bancaria in salsa europea: venendo a mancare un credibile piano B di salvataggio – se si escludono le promesse di Draghi – i mercati non potranno mai essere veramente tranquilli.

È, insomma, il sintomo di problemi strutturali profondi che vanno oltre quelli dell’istituto di credito portoghese. La frammentazione del blocco a 18 persiste e un’unione economica e politica completa – e fatta bene – è ancora lontana.

Se il caso della banca finisse per deteriorare definitivamente il morale dei mercati nei confronti dell’area euro – cosa che sembra difficile proprio ora che gli investitori erano tornati a scommettere nella regione – questi problemi ai piani alti della governance europea tornerebbero di attualità velocemente.

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