Europa da catastrofe

22 Novembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Con la crisi del debito in Europa che non sembra trovare soluzione, anzi, con il rischio di effetti contagio e un deterioramento delle condizioni attuali, non solo per l’Area unica ma anche per l’intera economia globale, due delle più grandi banche avvertono sugli effetti devastanti del protrarsi dell’impasse decisionale dei leader europei e sui rischi futuri.

“Sembra che siano giunti gli ultimi giorni per l’euro così come lo conosciamo”, si legge nella nota del team ricerca rendimento fisso di Credit Suisse. “Il destino dell’euro sta per essere deciso”.

La pressione del mercato si starebbe facendo sempre più insistente e i leader europei si troveranno costretti a intraprendere misure drastiche per combattere la crisi. La paura degli investitori nell’eurozona, in particolar modo Spagna e Italia, porta a un deterioramento della situazione e se i leader Ue volessero salvare la moneta dovrebbero probabilmente intervenire prima di metà gennaio.

Gli analisti di Credit Suisse non specificano di vedere la rottura dell’euro all’orizzonte, ma avvertono che “deve succedere un qualcosa di straordinario” perché la valuta e l’unione monetaria durino. Il mercato non sarebbero più disposto ad accettare mezze-misure.

E dagli Stati Uniti un altro colosso bancario, Goldman Sachs, avverte: “La pressione nel mercato del debito sovrano dei paesi dell’euro area continua ad intensificarsi e ad espandersi come un incendio. L’introduzione a giugno del concetto di partecipazione del settore privato non ha fatto altro che alimentare le fiamme, poiché ha ufficializzato la possibilità di default dei titoli sovrani. In aggiunta, le misure atte a contenere la possibilità di contagio sono ancora ‘in fase di costruzione’”, si legge nella nota di Francesco Garzarelli, chief strategist.

Garzarelli fa notare come il differenziale di rendimento tra i titoli di debito a 2 anni delle principali tre economie dell’eurozona (Germania, Francia e Italia), che complessivamente contano per circa i due terzi del Pil, abbia raggiunto valori simili agli inizi degli anni ’90, prima dell’introduzione dell’euro (Francia-Germania 130 punti base; Italia-Germania 583 punti base).

Ma adesso la situazione è ben diversa. Se nei giorni pre-EMU (precedenti all’Unione Economica e Monetaria) l’indebolimento della valuta domestica associato al rialzo dei rendimenti rappresentava un’importante “valvola di sicurezza”, almeno per un po’ stimolando la crescita del Pil e aiutando a mitigare l’impatto negativo, ora la pressione sui rendimenti non trova compensazione.