Euro, think tank: “potrebbe essere già troppo tardi”

15 Febbraio 2017, di Daniele Chicca

L’EuroThinkTank, un gruppo di illustri economisti e analisti di mercato (esperti di statistiche) che ha come mission quella di esaminare il futuro dell’Eurozona, ha pubblicato un paper in cui viene sancita la probabile fine dell’esperienza dell’euro.

Nella ricerca, intitolata “How to abandon the common currency in exchange for a new national currency” (“Come abbandonare la moneta unica in cambio di una nuova divisa nazionale”) il think tank parla delle varie modalità di uscita dall’area euro, analizzando il caso paese per paese. Il risultato dell’analisi è stato riassunto in un articolo pubblicato online di recente.

Nel pezzo, pubblicato sull’Huffington Post dal titolo “The Euro may already be lost?”, gli analisti esaminano i vari scenari in cui l’euro potrebbe sopravvivere per scoprire come siano tutti “estremamente improbabili“.

Il nodo cruciale della questione della sopravvivenza dell’euro riguarda il fatto che i suoi problemi sono persistenti, strutturali e all’apparenza insormontabili. In estrema sintesi, la Germania ha perserverato in Eurozona, mentre dall’introduzione dell’euro Grecia e Italia non hanno tratto giovamento dal nuovo corso. Sulla Finlandia, invece, è ancora presto per trarre conclusioni definitive (vedi grafico sul Pil sotto riportato).

Due soluzioni per salvare l’euro, nessuna fattibile

I diversi andamenti della crescita economica sono un sintomo di un problema generale non nuovo, che anzi ha minacciato l’esistenza e il benessere delle unioni monetarie da secoli. Si chiama choc asimmetrico.

“La competitività e la produttività si sviluppano con un ritmo diverso a seconda dei singoli paesi. Con il passare del tempo questo porta a una grande divergenza di competitività tra gli Stati membri dell’unione monetarie. Tali disparità non rappresentano un problema durante periodi di crescita economica perché il rafforzamento della domanda aggregata favorisce i settori della produzione in difficoltà. Quando un’unione monetaria si trova in una fase di rallentamento economico o attraversa una crisi, invece, il calo della domanda punisce i paesi e i settori meno competitivi, con il risultato che i costi per finanziarsi sui mercati salgono”.

Una soluzione per risolvere questo problema sarebbe quella di passare a un’unione politica totale, come avviene negli Stati Uniti, dove alcuni Stati hanno sovranità su qualche aspetto come quello fiscale e della giustizia penale, ma in cui tutti dipendono da un’autorità centrale federale. In Europa un’unione del genere non si materializzerà, non ci sono la volontà e il sostegno politici per arrivarci.

L’altra soluzione è quella di un ritorno al sistema dei Trattati di Maastricht, in cui ogni paese è responsabile della propria economia e dei propri deficit di bilancio, senza possibilità di ricorrere a piani di salvataggio. Significherebbe dire addio alla Grecia. Alla lunga le divergenze di competitività e gli choc asimmetrici potrebbero portare all’abbandono da parte di altri stati membri.

Il team di esperti di economia finanza, fa sapere Tuomas Malinen, il vice presidente del think tank, sta inoltre lavorando a un altro paper sul modo con cui la Finlandia potrebbe decidere di abbandonare la moneta unica e lasciare l’area del blocco a 18.