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L’annuncio dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea ha portato un momentaneo sospiro di sollievo sui mercati finanziari. La minaccia di una guerra commerciale su larga scala è stata evitata, e questo, almeno nell’immediato, ha allontanato uno scenario che avrebbe potuto rivelarsi estremamente dannoso, soprattutto per l’economia europea, molto dipendente dalle esportazioni.
Tuttavia, sul fronte valutario il clima resta tutt’altro che disteso. Il cambio euro-dollaro ha subito una flessione decisa, passando da 1,1750 a 1,1550 nel giro di pochi giorni, fino a scendere attorno a 1,14. Si tratta di una svalutazione superiore al 2% in meno di una settimana. Un movimento che riflette timori più profondi: quelli legati a un’Europa vista ora più fragile, esposta a incertezze politiche e, soprattutto, a future mosse della Banca Centrale Europea.
UE-USA: intesa controversa sui dazi
Sebbene l’accordo con gli Stati Uniti abbia evitato nuovi dazi immediati, non è stato accolto con entusiasmo nei principali Paesi membri dell’UE. Il premier francese François Bayrou ha parlato di un “giorno buio” per l’Unione, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invitato alla cautela, sottolineando come i benefici reali siano ancora tutti da valutare. La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha dichiarato che il testo dell’accordo verrà esaminato attentamente prima di esprimere una posizione definitiva.
Le imprese europee, infatti, restano esposte a dazi fino al 15%, una soglia che continua a rappresentare un ostacolo significativo per la competitività delle esportazioni. L’accordo, in sostanza, non ha completamente risolto il problema, ma ne ha solo rimandato gli effetti più gravi.
Trump, Powell e le fibrillazioni del dollaro
A complicare ulteriormente il quadro c’è la situazione interna agli Stati Uniti, dove le tensioni tra la Casa Bianca e la Federal Reserve sono arrivate a livelli mai visti. Il 15 luglio scorso, secondo quanto trapelato da fonti vicine all’amministrazione americana, durante una cena privata Donald Trump avrebbe ipotizzato il licenziamento di Jerome Powell, presidente della Fed. Un’eventualità mai concretizzatasi nella storia degli Stati Uniti.
La sola indiscrezione ha avuto effetti immediati sui mercati: in poche ore il dollaro ha perso quasi l’1% rispetto alle principali valute, mentre i rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sono aumentati e gli indici di Wall Street hanno virato in negativo. Una reazione a catena che ha messo in luce quanto una Fed politicizzata possa destabilizzare non solo il dollaro, ma anche i mercati globali.
Nei giorni successivi, Trump ha parzialmente fatto marcia indietro, definendo “altamente improbabile” la rimozione di Powell. Tuttavia, il New York Times ha rivelato l’esistenza di una bozza di lettera di licenziamento già pronta, mentre la visita del presidente ai cantieri della Fed a Washington — accompagnata da accuse sul presunto eccesso di spesa — ha alimentato il sospetto che si cerchi un pretesto per mettere sotto ulteriore pressione l’attuale guida della banca centrale.
Perché l’Europa osserva con apprensione
Il tentativo di influenzare la politica monetaria americana ha implicazioni dirette per l’Europa. In primo luogo, un dollaro indebolito penalizza l’export europeo, rendendo i prodotti dell’Eurozona meno competitivi. In secondo luogo, l’Europa è fortemente esposta sul fronte del debito americano: si stima che investitori europei detengano oltre 1.600 miliardi di dollari in titoli del Tesoro USA. Una svalutazione del biglietto verde si tradurrebbe quindi in perdite consistenti per le casse europee.
Ma c’è di più. L’eventualità di una “guerra valutaria” — con Washington intenzionata a indebolire il dollaro per contrastare i dazi e la BCE costretta a tagliare i tassi per non perdere ulteriore terreno — rende l’equilibrio attuale estremamente fragile. Se la Banca Centrale Europea decidesse davvero di intervenire già da settembre con nuove misure espansive, il cambio euro-dollaro potrebbe scendere sotto quota 1,10. Una dinamica che, sebbene possa aiutare alcune imprese esportatrici, metterebbe a rischio la stabilità dei mercati finanziari e la sostenibilità di molti investimenti transfrontalieri.