EURO, DOLLARO
ED EFFETTO CINA

21 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – L’altro ieri, proprio alla vigilia del G20, Greenspan ha aumentato i dubbi sul dollaro. Ha previsto in un pubblico discorso un minor «appetito degli investitori per strumenti finanziari denominati in dollari». E, visto che non è uno sconsiderato ansioso, la dichiarazione significa che gli va bene che il dollaro seguiti a calare. Del resto, tolto il velo delle ipocrisie, una delle questioni che nel G20 più premeva agli Usa di assecondare era il riordino dei cambi. Anzitutto con l’Oriente. E dunque sia Snow, il segretario al Tesoro, sia Greenspan, in questi giorni hanno motivo di sorridere leggendo sui giornali quanto accade.

In fila agli sportelli della Bank of China di Shanghai floridi impiegati, sarte con nonne al braccio, padri confuciani, operaie del sesso, tutti vogliono vendere dollari e comprare Yuan. Come riconferma anche l’ottimo momento dei cambisti del mercato nero. Il governo di Pechino fatica a contenere una rivalutazione dello Yuan. La banca centrale a forza di comprare dollari ci affoga dentro, e le sue riserve sono ormai varie volte quelle degli Stati Uniti. Al cumulo di dollari c’è un limite, anche per i comunisti capitalisti.

Il che conforta l’amministrazione Bush, che deve ridimensionare le importazioni Usa, e giudica di aver finanziato abbastanza col suo indebitamento la crescita mondiale. Fida insomma che i dollari finiti in Cina e altrove più numerosi addirittura delle lattine di Coca Cola rivalutino le monete delle nazioni che concorrono con gli Usa. Ovvio aiuto alle imprese americane e al rientro del deficit, che Greenspan e Snow vedono con più ottimismo degli europei. Giudicano forse che Cina e Asia abbiano ogni interesse a evitare crolli a precipizio del dollaro. Il partito comunista ha da sistemare un circa 150 milioni di sottoccupati nelle campagne e 10 milioni nelle imprese statali; e le sue banche hanno sofferenze per il 40% dei crediti. Dunque non può permettersi di mollare troppo il dollaro, smettendo di comprare titoli del Tesoro americano.

Ma neppure la Cina può pretendere di mantenere il proprio cambio ufficiale col dollaro dov’è, inalterato dal 1995, a 8,28 yuan. Questo il gioco dei cambi, che si svolge tra Pechino e Washington, da dove si consiglia ai cinesi di rivalutare per raffreddare i prezzi. E lascia a ministri e banchieri europei la parte piuttosto goffa di lamentarsi per il calo del dollaro, «brutale» come ha detto Trichet. Ma brutale è stata di nuovo la replica di Snow. Per il Tesoro americano il dollaro debole deriva anche dalla minor crescita europea.

Maastricht o no, l’Europa non doveva lasciare gli americani soli a tirare la congiuntura mondiale. Replica su cui è lecito disputare; ma arriva mentre il sancta santorum europeo di Maastricht viene ridicolizzato dalla beffa di Atene. La Grecia non era all’1,8% nel 1999, l’anno preso in considerazione per l’entrata nell’euro, ma per via di spese militari e criteri contabili era al 3,4% di deficit. Fuori regola. Ma non si può certo ormai buttarla fuori dall’euro.

Forse sarebbe stato meglio se anche l’Europa avesse badato un po’ più alla Cina, invece di bisticciare sempre con l’America. La svalutazione della divisa cinese negli ultimi quattro anni è di circa la metà rispetto all’euro. Dunque se le quote di mercato dell’Italia nel commercio mondiale sono cadute non è dipeso in questi anni solo da un difetto di competitività. Tra l’altro la chiave di tutto il gioco resta la Cina. Solo la rivalutazione dello yuan può per effetto a catena concedere alle monete dell’Asia di rivalutarsi su dollaro. E speriamo sull’euro. Ma dipende da un’Europa più pratica in questo G20 che si conclude stamane.

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