EURO A 1.70
SUL DOLLARO?

7 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana.

(WSI) – Anche il notevole e inatteso miglioramento del mercato del lavoro statunitense non è bastato a rafforzare il dollaro. Infatti il dollaro ha avuto un breve sussulto subito dopo la pubblicazione del dato che nel mese di ottobre sono stati creati 337 mila nuovi posti di lavoro, ma in seguito è nuovamente ridisceso toccando il minimo storico di 1,29 rispetto all’euro.

La debolezza del dollaro ha radici nel disavanzo della bilancia americana delle partite correnti che quest’anno è destinato a superare il 5% del Pil. Paradossalmente questo squilibrio tra importazioni ed esportazioni statunitensi si amplierebbe se l’economia americana continuasse a crescere a ritmo sostenuto, poiché il volume delle importazioni è strettamente correlato con la voglia di consumare e di investire degli americani, mentre il volume delle esportazioni dipende dal ritmo di crescita del resto del mondo.

Questa tendenza può essere corretta solo da un cambiamento delle ragioni di scambio, ossia da un indebolimento del dollaro. Alcuni economisti di UBS hanno calcolato che il biglietto verde dovrebbe ancora svalutarsi del 20/30% per evitare un aumento della percentuale del debito estero netto americano rispetto al Pil, che attualmente si aggira attorno al 25% del Pil. Ciò vorrebbe dire che il dollaro dovrebbe scendere abbondantemente sotto la parità nei confronti del franco svizzero e che occorrebbero circa 1,70 dollari per comprare un euro.

Quest’eventualità spaventa l’Europa che vedrebbe messa in crisi la sua già fragile ripresa e spiega le ragioni che hanno spinto il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder a chiedere alla Banca centrale europea di agire per evitare un eccessivo apprezzamento dell’euro.

C’è quindi da domandarsi come mai la flessione superiore al 30% registrata dal dollaro rispetto all’euro dall’inizio del 2001 non ha prodotto un miglioramento della bilancia commerciale americana e, in secondo luogo, se un disavanzo commerciale annuo superiore al 5% è sostenibile nel tempo oppure se è foriero di gravi turbolenze. La risposta ad ambedue le domande la si trova in Cina.

Infatti, il tasso di cambio fisso con cui è agganciato il renminbi al dollaro ha obbligato la maggior parte dei paesi asiatici ad evitare a tutti i costi una rivalutazione della propria moneta nei confronti del dollaro. Il risultato è che il dollaro si è svalutato nei confronti dell’euro, del franco svizzero e di altre monete, ma non si è svalutato, o si è svalutato solo di poco, nei confronti delle valute dell’area asiatica con cui gli Stati Uniti intrattengono una gran parte dei loro scambi commerciali.

Questa spiegazione è comunque solo parziale. Molto probabilmente il processo in corso da anni di delocalizzazione di parti della produzione industriale rende il disavanzo americano molto probabilmente strutturale, a tal punto che occorrerebbe una significativa rivalutazione della valuta cinese e delle altre monete asiatiche per permetterne anche solo una sua stabilizzazione. Questa eventualità non sembra probabile, anche se ultimamente Pechino non esclude più categoricamente, come invece faceva in passato, un cambiamento della politica del tasso di cambio fisso.

In ogni caso, un miglioramento dei conti con l’estero degli Stati Uniti può essere ottenuto solo attraverso un ulteriore indebolimento del dollaro. Ma, ed è la seconda questione, è sostenibile un disavanzo commerciale superiore al 5% del Pil?

Anche in questo caso la risposta la si trova in Asia. Finora il disavanzo commerciale non ha provocato una crisi del dollaro e nemmeno un aumento dei tassi di interesse americani per compensare l’implicito rischio di cambio perché le banche centrali asiatiche hanno comprato a man bassa la moneta americana, sostituendosi all’assottigliamento dell’afflusso dei capitali privati che negli anni Novanta avevano di fatto finanziato il disavanzo estero degli Stati Uniti.

Più precisamente, dal 2001 le riserve ufficiali delle banche centrali asiatiche sono aumentate di ben 1.200 miliardi dollari, ciò vuol dire che hanno coperto due terzi del fabbisogno degli Stati Uniti. I vantaggi di questo tacito scambio sono evidenti: gli Stati Uniti si sono impegnati a mantenere aperto il mercato americano all’export cinese e in cambio i cinesi hanno finanziato il loro disavanzo estero, evitando una crisi del dollaro e soprattutto un aumento del costo del denaro e, quindi, permettendo a Bush di arrivare all’appuntamento elettorale con un’economia in crescita.

Questo «accordo» potrebbe reggere ancora a lungo, ma continuare su questa strada non è nell’interesse degli Stati Uniti a lungo termine, poiché il debito estero netto americano crescerebbe a livelli pericolosi e i creditori, e soprattutto la Cina, potrebbero ancor più di quanto già facciano oggi pretendere il pagamento di un prezzo politico. Quindi, l’attuale situazione appare insostenibile e non verrebbe sostanzialmente migliorata da una rivalutazione di scarsa entità della valuta cinese.

In altri termini, anche solo l’obiettivo della stabilizzazione del disavanzo commerciale statunitense appare ardua e comunque non può essere realizzata solo attraverso una svalutazione del dollaro il cui prezzo sarebbe principalmente a carico dell’economia europea. Infatti un ulteriore rafforzamento dell’euro metterebbe in pericolo la ripresa del Vecchio Continente e in questo modo ridurebbe anche la capacità del mercato europeo di assorbire una maggiore quantità di esportazioni americane.

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