ENRICO BONDI,
IL DOMATORE
DI BANCHE

9 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Ieri Enrico Bondi ha ottenuto
un’altra vittoria. La prima assemblea
della «nuova» Parmalat,
quella che il silenzioso e tenace manager
aretino in 20 mesi ha rimesso
in piedi difendendone perimetro
industriale e sfoltendone i marchi,
ma lasciandola ancora ben presente
in cinque continenti per un valore
di asset industriali intorno ai 2
miliardi di euro, ha visto Bondi
spuntarla sui suoi nemici. Che oggi
e per il futuro prossimo sono e resteranno
le banche.

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E che infatti ieri
all’assemblea si sono prese la
soddisfazione di far provare a
Bondi un brividino lungo la schiena.
Non volevano certo disarcionarlo,
ieri, sarebbe stata una responsabilità
troppo grossa, rispetto
all’aura di eroe risanatore che in
Italia e nel mondo circonda il taumaturgo
del crac Ferruzzi,il risanatore
di Ligresti, l’uomo bandiera
che Tronchetti chiamò nei primi
mesi in Telecom, per far capire al
mondo che avrebbe adottato una
sana logica industriale.

Ma è anche
lo stesso uomo le cui temibili virtù
indussero proprio e sempre le banche
a porre un secco veto nei suoi
confronti, quando gli Agnelli al declino
si erano convinti che non ci
voleva niente di meno della sua fermezza,
per tentare il salvataggio
dell’azienda torinese.Troppo poco
manovrabile,il Bondi,fu il verdetto
bancario. E Bazoli si incaricò con
successo di ottenerne la testa. In
Parmalat la ragione è diversa,quella
per cui le banche non amano
Bondi.Ma la diffidenza di fondo è
la stessa. Quel don Chisciotte fa
troppo di testa sua, non rispetta abbastanza
il vero grande potere italiano,
che nell’orticello di ex poteri
forti ormai troppo indebitati non
può essere altro che quello bancario.

Capitalia con Intesa, Ubs no.
Ieri Bondi l’ha avuta vinta, e resta
amministratore delegato. La sua lista
di supermanager – capeggiata
dal presidente Raffaele Picella, e
con indipendenti del calibro di Vittorio
Mincato, Marco De Benedetti,
Andrea Guerra, Carlo Secchi,
Massimo Confortini, Marzio Saa,
Erder Mingoli e Ferdinando Superti
Furga – ha ottenuto il 98% dei
voti regolarmente costiuiti al momento
del voto,nel primo pomeriggio.
Ma poche ore prima, verso le
13, alcune delle banche azioniste si
erano affacciate all’assemblea, e
avevano innalzato la quota di voti
presenti minacciosamente oltre il
30% del capitale.

Si sapeva che la lista
di hedge funds e fondi d’investimento
americani organizzata dalla
Lehman – che si riconoscono in
Bondi perché appoggiano pienamente
la sua linea di non separare
il contenzioso per decine di miliardi
contro le banche dal perimetro
industriale della società – dal loro 9-
10% del capitale ben difficilmente
avrebbero potuto spingersi oltre il
15% dei voti. E infatti hanno raggiunto
il 16.Per questo le banche si
sono affacciate e poi sono sparite.

Intesa,SanPaolo e Capitalia hanno
così fatto capire a Bondi che il suo
consenso è risicato. Mps e Carige
hanno votato Bondi, ma loro suon
fuori dal «cartello».Come lo è Ubs,
l’unica grande banca internazionale
ad aver votato Bondi al di fuori
di quelle d’affari come JP Morgan.
Banca Intesa lancerà l’opa Granarolo
comunque,per Natale,maledicendo
in cuor suo il maggior esborso
al quale sarà costretta, scommettono
tutti.E Capitalia non se l’è sentita
di mettersi da subito per traverso
al professor Bazoli.Noi lo abbiamo
sempre dichiarato,che Bondi ci
convince anche e proprio per come
tratta le banche. E se alla fine opa
Granarolo-Intesa sarà, sarà merito
di Bondi se agli azionisti attuali di
Collecchio verrà pagato un prezzo
e un premio che comprende anche
il contenzioso bancario.

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