ELEZIONI USA: GRANDE SCONFITTO SARA’ IL DOLLARO

2 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

«Non so come voterà l’America ma so che chi andrà alla Casa Bianca dovrà intervenire rapidamente sull’economia per correggere una tendenza assai pericolosa e ormai non più sostenibile: con un deficit dei conti correnti col resto del mondo che ha raggiunto il 5,7% del loro reddito nazionale, gli Stati Uniti stanno assorbendo addirittura il 75% del risparmio dei Paesi in surplus, dalla Cina al Brasile, dalla Germania, alla Russia, al Giappone. E’ uno squilibrio che non ha precedenti ed è anche un limite alla crescita: non può durare».

Kenneth Rogoff, docente di economia e «Public policy» ad Harvard, è uno degli esperti più ascoltati anche per l’esperienza fatta (fino al 2003) come direttore della ricerca del Fondo Monetario internazionale e come economista presso il board dei governatori della Fed, la banca centrale Usa. Le sue analisi sono in genere pacate, prive di toni allarmistici. Ancora qualche tempo fa sosteneva che gli squilibri tra le economie industriali erano rilevanti ma ancora sostenibili.

«Ora, però – avverte – la situazione è divenuta davvero pericolosa, una correzione non è più rinviabile. Ho appena inviato al National Bureau of Economic Research un documento di lavoro, redatto insieme al mio collega Maurice Obstfeld, nel quale sosteniamo che l’aggravamento degli squilibri raddoppia le dimensioni di un potenziale collasso del dollaro».

Dopo il G7 di un mese fa, a Washington, molti dissero che nulla sarebbe cambiato: mentre gli esperti, anche nei seminari tenuti a margine del vertice economico, sostenevano la necessità di un deprezzamento del dollaro di almeno il 20, i governi avevano solo sottoscritto i consueti impegni per la stabilità.

La Cina – invitata per la prima volta all’incontro – non aveva promesso di modificare nel breve termine la sua politica monetaria di sostegno al dollaro, con lo yuan agganciato alla valuta americana. In realtà qualche timido segnale Pechino l’aveva inviato, ma tutto sembrava rinviato al prossimo gennaio, dopo le elezioni americane e la definizione del nuovo piano economico del governo cinese.

Invece il dollaro ha già cominciato a perdere terreno e quattro giorni fa la banca centrale cinese, con una mossa a sorpresa, ha aumentato i tassi d’interesse per la prima volta da nove anni a questa parte: Pechino prova dunque davvero a rallentare un po’ la sua economia. «Mi aspetto un altro passo delle autorità cinesi in questa direzione entro un mese. Anche questo dovrebbe favorire una discesa del dollaro verso tassi di cambio più realisti» commenta Rogoff che vede due scenari: il primo di un riequilibrio morbido, con una svalutazione del 20 della valuta Usa, come quello assorbito dal sistema monetario internazionale senza troppi scossoni alla fine degli anni ’80. L’altra ipotesi prevede uno shock più sensibile – dollaro a meno 40 – come quello dei primi anni Settanta che provocò danni rilevanti all’economia mondiale.

«Sfortunatamente l’accumularsi dei fattori di squilibrio – costi senza fine per la sicurezza americana, forte aumento dei prezzi dell’energia, crescenti oneri del sistema previdenziale Usa, politiche monetarie e fiscali espansionistiche che sostengono artificialmente l’economia americana – e il rinvio di ogni intervento correttivo rendono ormai più probabile il secondo scenario».

Ma più che la dimensione della caduta del dollaro, a preoccupare Rogoff è la complessità degli interventi necessari per ottenere un vero riequilibrio del sistema: «Da sola, la svalutazione non produrrà un riequilibrio significativo: abbiamo calcolato che se oggi yuan, yen e le altre valute asiatiche si rivalutassero del 25 sul dollaro, il deficit dei conti correnti Usa calerebbe di appena lo 0,75: ben poca cosa. Il vero problema è che bisogna agire sui livelli di risparmio – che in America sono enormemente bassi – e su quelli di produttività che devono crescere nelle altre aree, a cominciare dall’Europa. Oltretutto la produttività in queste aree dovrebbe crescere nei settori che producono beni non immediatamente commerciabili sui mercati internazionali, altrimenti rischieremmo di avere ancora più esportazioni verso l’America anziché un aumento del reddito disponibile e quindi una maggiore tendenza dell’Europa a importare.

Una strategia complessa, che implica un coordinamento tra i governi oggi inesistente e che costringerebbe l’America, chiamata a risparmiare di più e a ridurre i consumi, a rallentare la sua corsa. «Ma anche ad esportare di più» precisa Rogoff. «Il processo di normalizzazione è di certo rischioso, ma è necessario. Credo che se ne rendano conto tutti e due i candidati alla Casa Bianca».

Chi è il più attrezzato per gestire questo processo Rogoff ritiene che Kerry sia «più intellettualmente flessibile di Bush, cercherà di aumentare le entrate e si porrà il problema del taglio delle spese. Se la Fed normalizzerà i tassi d’interesse, alzandoli ancora, il risparmio tornerà a crescere. Anche Bush prima o poi dovrà fare qualcosa di simile, ma lo farà molto più tardi, quando avrà una pistola puntata alla testa e non vedrà più alternative».

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