ELEZIONI USA: GORE, ADDIO ALLA CASA BIANCA

13 Dicembre 2000, di Redazione Wall Street Italia

Al Gore ha abbandonato ogni tentativo per contare i voti in Florida e prepara il discorso alla nazione “convinto e rassegnato” che la sentenza della Corte suprema Usa non gli lasci altra scelta se non quella di ritirarsi dalla corsa per la presidenza.

Gore parlera’ alle 21:00 (ora di New York) dall’Old Executive Office, l’edificio accanto alla Casa Bianca dove si trova gran parte dello staff assegnato al vicepresidente. A introdurlo sara’ il suo compagno di gara, il senatore Joseph Lieberman.

Gore ha deciso di gettare la spugna a circa 12 ore di distanza dal verdetto della Corte suprema degli Stati Uniti. Una sentenza pronunciata a maggioranza che rivela spaccature drammatiche fra i giudici.

I magistrati hanno trovato una relativa coesione (7 contro 2) solo nel determinare che un conteggio parziale dei voti, effettuato con una metodica diversa da quella generale, presenta dubbi di legittimita’ costituzionale.

La sentenza sostiene infatti che contare manualmente una parte dei voti, mentre lo scrutinio generale nello stato della Florida e’ stato condotto con sistemi meccanizzati, contrasta con il principio costituzionale che garantisce a tutti i cittadini parita’ di trattamento.

Detto questo, la sintonia fra i giudici comincia a vacillare. La Corte si spezza sui provvedimenti da adottare: l’ordine di impedire il conteggio passa con 5 voti contro 4.

Sulle motivazioni i contrasti emersi fra le toghe sono di un’asprezza che ha rari precedenti nella giurisprudenza degli Stati Uniti.

I tre giudici che appartengono all’ala piu’ conservatrice – William Hubbs Rehnquist(presidente), Antonin Scalia e Clarence Thomas – hanno calcato la mano indicando un’ulteriore elenco di violazioni delle leggi federali e della costituzione in cui i giudici della Florida sarebbero incorsi proprio ordinando la verifica dei voti.

Il giudice John Paul Stevens, dopo aver votato contro tutte le risoluzioni partorite dalla Corte, ha messo agli atti: ”Anche se forse non conosceremo mai con assoluta certezza l’identita’ del vincitore delle elezioni presidenziali di quest’anno, l’identita’ dello sconfitto e’ perfettamente chiara. E’ la fiducia della nazione nel giudice come imparziale guardiano della legge”.

La sua opinione e’ stata sottoscritta da altri due giudici della minoranza: Stephen Breyer e Ruth Bader Ginsburg.

Questa insomma la giurisprudenza che ha costretto Gore a gettare la spugna. Il partito democratico si e’ sentito schiaffeggiato politicamente dai giudici conservatori.

Lo schiaffo e’ arrivata da lontano, dal tempo in cui quei giudici arrivarono alla Corte suprema con un decreto di nomina firmato Ronald Reagan.

Un manrovescio per chiarire che il clintonismo c’e’ stato, ma ora si cambia registro e i consiglieri del vecchio Reagan e di Bush padre sono arrivati compatti in soccorso di George W.

I democratici hanno serrato le fila, sconfessando e mettendo a tacere chi preferiva che Gore non la tirasse per le lunghe in tribunale.

Il partito ha fatto sapere che quelle schede in Florida saranno contate comunque, anche se le chances di Gore sono finite, anche se la Corte suprema ha detto che non andavano contate; lo garantisce la legge sulla trasparenza. E tra sei mesi o un anno si sapra’ a quale titolo e’ occupato lo Studio Ovale della Casa Bianca.

In queste condizioni il vicepresidente potrebbe evitare la formula di rito, ovvero quella di “concedere la vittoria” al rivale e limitarsi a dichiare conclusa la campagna presidenziale.

Non concedere la vittoria equivarrebbe a trattare Bush alla pari di un usurpatore e inaugurerebbe di fatto la politica del muro contro muro al Congresso, dove repubblicani e democratici siedono in sostanziale parita’.

Un’ipotesi che non piace a molte vecchie volpi di Washington, che vogliono vedere Al Gore questa sera in televisione con il suo migliore sorriso di plastica, capace di mostrare alla nazione che gli Stati Uniti vengono prima di tutto. Uno spettacolo per cui l’America si commuove.

Si sa che Gore ha parlato oggi al telefono con Bill Clinton, in viaggio a Dublino, ma della conversazione non c’e’ rendiconto stenografico, il materiale su cui hanno campato per piu’ di un mese i media americani, come per le udienze in tribunale.

George W. Bush, il ‘presidente eletto’, come si dice prima che la nomina sia ratificata dal Congresso, parlera’ in televisione alle 22:00, subito dopo Gore.

Le indiscrezioni anticipano un intervento conciliante, un invito a lavorare insieme per l’unita’ del Paese, secondo lo spirito ‘bipartisan’ che sarebbe alla base del successo di Bush come governatore del Texas.

Per una copertura completa vedi ELEZIONI USA:
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e in particolare Elezioni Usa: democratici a Gore, getta la spugna, Elezioni Usa: disfatta di Gore alla Corte Suprema e Elezioni Usa: i giudici della Corte Suprema.