ELEZIONI ANTICIPATE: CONTRORDINE CAMERATI

di Redazione Wall Street Italia
9 Aprile 2005 17:15

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(WSI) – La forbice nella maggioranza sembrava allargarsi a dismisura ed ecco che invece potrebbe chiudersi, dopo naturalmente balletti di rito e molte chiacchiere. An chiedeva ancora giovedì un segno di discontinuità nella composizione del governo e nell’attribuzione di portafogli anche importanti, non solo quelli tecnici. L’Udc sembrava invece più interessata a segni di discontinuità politica, col prossimo Dpef e la prossima finanziaria ma annunciati e definiti immediatamente come cemento dell’ultimo tratto da percorrere insieme.

Ma c’è una ragione per la quale la Lega ha colto in controbalzo proteste e distinzioni del redivivo subgoverno, aprendo rumorosamente all’ipotesi di elezioni anticipate anche subito, a giugno, per le quali i tempi tecnici di scioglimento delle Camere ci sono ancora, fino a metà aprile. Ed è la stessa ragione per la quale invece ieri gli esponenti di An hanno tirato il fiato, quando hanno saputo che Berlusconi aveva mandato una lettera a Fini, tale da consentire loro di parlare di «segno importante di discontinuità» senza per questo dover davvero impugnare l’ascia di guerra.

La ragione di fondo è che la Lega legge assai diversamente da An e Udc la proiezione dei risultati delle elezioni regionali sui seggi uninominali delle elezioni politiche. Le simulazioni sono sul tavolo di Berlusconi già da due giorni. A una prima versione “bruta”, che si limitava a tradurre i voti attuali delle regionali nei diversi collegi, se ne affiancano via via versioni più affinate, corrette per una stima dell’eventuale apporto elettorale calcolabile all’innalzarsi del tasso di partecipazione al voto politico, se però il trend di attribuzione dei favori politici alle coalizioni fosse il medesimo emerso alle regionali.

Ce n’è infatti una seconda versione, in cui la maggior partecipazione viene ponderata attraverso un criterio intermedio tra il trend emerso alle europee e quello delle regionali. E infine seguiranno altre versioni, articolate su simulazioni di che cosa potrebbe davvero incidere a fondo nei trend attuali e del recente passato.

Si tratta di un quadro molto preoccupante, per il centrodestra, visto che nella versione “bruta” i seggi oggi arcisicuri per la compagine di governo si limiterebbero a una novantina, di cui solo una decina nel mezzogiorno. E’ proprio questo fattore a frenare molto le istanze di An e Udc, e anche a diversificarle in maniera consistente tra loro.

E’ chiaro che An anche a un livello di sicurezza del 10 per cento potrebbe considerare con diverso occhio l’ipotesi di una corsa per la vita e per la morte in cui giocare il proprio risultato come cambiale di garanzia per il dopo Berlusconi. Sarebbe un’alea molto elevata, però: troppo, a giudizio del leader di An che in questi anni molto ha tirato la corda senza mai avere forza e volontà di affondare un colpo davvero, neppure quando, ottenuta la testa di Tremonti poteva succedergli e ben diversamente condizionare l’agenda economica del governo.

Ma per l’Udc al 5 e qualcosa per cento un voto anticipato in tali condizioni significherebbe ben di peggio: elevatissima improbabilità di vedersi assegnare collegi davvero sicuri, e i propri candidati stornati invece esattamente sui seggi contesi oggi più che mai a rischio, alla luce di un trend in cui l’elettorato mediano volge le proprie spalle alla Casa delle libertà.

Considerare il proprio futuro affidato ai soli listini proporzionali in caso di superamento del 4 per cento è veramente troppo poco, agli occhi del partito di Follini e Casini, per consentire davvero di considerarla anche solo un’ipotesi.

Per la Lega è l’esatto contrario: si tratta in prima battuta della dimostrazione matematica al premier che la lealtà del partito di Bossi ha ben diversamente premiato, e in seconda istanza della conferma che a ogni buon conto la Lega si riserva di procedere comunque da sola nel Nord in futuro rispetto ai partiti statalisti e sudisti se questi romperanno il patto, con buone prospettive di salvaguardare una propria pattuglia di pugnaci parlamentari, e con la sensazione di poter raccogliere a quel punto anche una parte rilevante dell’elettorato in fuga da Forza Italia perché deluso da mancanza di coerenza liberista.

Il peso dei collegi – ma in questo caso in aggiunta a valanga – si fa sentire del resto anche nel centrosinistra. Non è un caso che l’Unione ieri abbia espresso sorpresa di fronte ai segni di accelerazione della crisi nel Polo e all’eventualità di elezioni anticipate. Non si tratta certo del ritardo nella definizione del programma, ancora di là da venire. Ma del fatto decisivo che solo una volta ponderata la vera probabile dimensione delle proprie future forze, Prodi per primo si riserva di calare la zampata di decine e decine di “propri” candidati sicuri. Non ha un proprio partito, ha avuto in passato ruggini e incomprensioni con una parte importante della Margherita.

A maggior ragione con un successo di larghe dimensioni alla propria portata, il professore non intende lasciarsi sfuggire la possibilità di una propria forza parlamentare su cui contare con certezza assoluta. Il dilemma non sciolto tra lista unica e simboli dei partiti passa in larga parte per questo problema. Che Prodi vuole affrontare solo quando sarà più avanti nella propria campagna di ulteriore legittimazione girando per il paese, non certo ora che il peso dei partiti del centrosinistra appena vittoriosi sarebbe molto forte.

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