El-Erian: il modello di stato sociale puo’ funzionare

28 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Mohamed El-Erian vede nero per l’Europa. In un’intervista rilasciata all’emittente CNBC, il manager del maggiore fondo obbligazionario al mondo ha detto che l’Eurozona finira’ per lasciare che Grecia e Portogallo facciano default.

Il nuovo pacchetto di salvataggio non avra’ l’effetto sperato, ma questo evento non sara’ per forza negativo per l’area della moneta unica: l’importante e’ evitare che i problemi del debito ellenico contagino il resto d’Europa.

Atene ha fatto sacrifici per costruire un muro di fuoco che impedisca il default del debito, e ora si vedono gli effetti: “la societa’ deve fare i conti con una serie di misure di austerita’ tremende”.

Uno degli interventi piu’ interessanti dell’amministratore delegato di Pimco ha riguardato un tema insolito: la vitalita’ economica del sistema di stato sociale in stile svedese. Che potrebbe funzionare non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti.

Il caso di Stoccolma dovrebbe servire da lezione per gli altri, sottolinea il manager: “La Svezia si e’ rialzata dalla grave crisi bancaria degli Anni 90 abbinando solidita’ fiscale e finanziaria ad unaa crescita costante e a un sistema di welfare che ha offerto cuscinetti importanti”.

E’ l’esempio che un sistema di stato sociale e’ fattibile, ma con i dovuti accorgimenti. “Anche se la nazione scandinava e’ piccola e trae vantaggio da circostanze particolari, spetta all’Europa trovare un modo per far funzionare il modello, adattandolo ai bisogno dell’area euro”. Ossia trovando un equilibro tra le inevitabili misure di austerita’ fiscale per raggiungere gli obiettivi di bilancio e la crescita.

Gran parte dei problemi a livello di spese dello stato americano risiede non tanto nei programmi sociali per i propri cittadini, quanto per i programmi pubblici internazionali (come quelli della Nato e per la ricerca e sviluppo).

“Offriamo cosi’ tanti beni pubblici al resto del mondo che a un certo punto dobbiamo chiederci come pagheremo per tutto questo e chi altro dovrebbe fare la sua parte”.

Anche la Germania, responsabile per il resto dell’area euro, rischia di incontrare presto gli stessi problemi, secondo El-Erian.

La Svezia ha una popolazione di 8,82 milioni di abitanti, la cui densita’ e’ di soli 19,4 abitanti per km quadrato. Secondo le statistiche Eurostat, il 5,8% del totale della popolazione e’ composto di stranieri (1993), di cui oltre un terzo e’ costituito da immigrati provenienti da altri paesi nordici.

Lo stato sociale svedese e’ stato tradizionalmente caratterizzato da un livello elevato di protezione sociale basato sul concetto di tutela e solidarieta’ estese a tutta la popolazione, su un vasto settore pubblico, su un basso tasso di disoccupazione, su una regolazione del mercato del lavoro basata in ampia misura su contratti collettivi, e tassi di crescita comparativamente elevati.

All’inizio degli Anni 90 l’economia svedese e’ precipitata nella piu’ profonda e lunga recessione registrata dagli Anni 30 in poi. Crisi che si e’ poi tradott in un tasso di disoccupazione senza precedenti per la Svezia (quasi il 9%) e in un cospicuo aumento del disavanzo del bilancio generale del settore pubblico.

Sono problemi con i quali l’attuale governo socialdemocratico e’ ancora alle prese e che sta cercando di risolvere. Le misure adottate per risanare l’economia hanno comportato tagli radicali nella spesa pubblica e conseguentemente hanno avuto profondi riflessi sulla politica sociale del paese scandinavo.

La straordinarieta’ del caso svedese sta nel fatto che rispetto alla maggior parte dei paesi europei Stoccolma spende grosse cifre in programmi attivi per il mercato del lavoro: nel biennio 1993/94 circa il 50% della spesa totale per la sua politica del mercato del lavoro era destinata a programmi del genere, mentre poco meno del 50% era speso in prestazioni in denaro.

Inoltre il sistema di protezione sociale e’ molto costoso: nel 1992 la spesa ammontava al 40% del PIL a fronte della media UE 12 del 27,1% del PIL. Non tutti se lo potrebbero permetter.

Va sottolineato, inoltre, che nonostante l’entrata nell’Unione Europea nel 1991, alla Svezia e’ stato concesso di continuare a regolare il mercato del lavoro mediante contratti collettivi, dato che in occasione dell’adesione la Commissione le ha assicurato che il Protocollo sulla politica sociale del trattato sull’Unione europea non le avrebbe richiesto in alcun modo un mutamento della prassi nelle questioni del lavoro e in particolare del suo sistema di contratti collettivi stipulati tra le parti sociali.