Economist, “i salari dei Paesi ricchi devono salire”

2 Luglio 2018, di Alberto Battaglia

Nella maggior parte dei dei Paesi ad alto reddito il salario reale (al netto degli aumenti dei prezzi) è cresciuto in media dell’1% all’anno, dal 2000 a oggi – e nella fascia dei salari più bassi l’incremento è stato ancor più contenuto. L’attuale economia globale, ci si interroga, potrebbe aver indebolito oltre misura il potere contrattuale dei lavoratori al punto che nemmeno tassi di disoccupazione particolarmente bassi riescono a infiammare le loro pretese salariali. Parte del problema, nota l’Economist, è che l’inflazione, la crescita dei prezzi, tende a “mangiare” la maggior parte degli aumenti del salario (grafico in basso).

Ma la storia resta più complessa:

“Nemmeno una ripresa della produttività garantirebbe tempi favorevoli per i lavoratori. Negli ultimi decenni la quota del Pil destinata al lavoro, piuttosto che al capitale, è diminuita perché la paga reale è aumentata più lentamente della produttività. Nelle economie avanzate la quota salari è scesa da quasi il 55% a circa il 51% tra il 1970 e il e 2015, secondo i ricercatori del Fondo monetario internazionale. (…) Invertire la caduta della quota del lavoro nel reddito nazionale richiederebbe che i salari reali crescessero più rapidamente della produttività, andando a erodere i margini di profitto delle imprese”, scrive l’Economist.

La competizione internazionale è uno dei fattori da considerare quando si parla della prospettiva di aumenti salariali: Philip Lowe, governatore della banca centrale australiana, aveva detto a Sintra che quando chiede alle imprese che stanno faticando a trovare lavoratori perché non offrono paghe più alte, ‘mi guardano come se fossi completamente matto’. Il parere dell’influente rivista è che la politica dovrebbe comunque tentare nuove strade per garantire più potere contrattuale ai lavoratori.