ECONOMIE: SENZA LAVORO NON SI VA DA NESSUNA PARTE

9 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – L’economia mondiale sta vivendo un vero e proprio boom: la crescita di quest’anno sfiorerà il 5% e sarà quindi la più elevata dell’ultimo trentennio. La forte espansione dell’economia internazionale sta spingendo al rialzo i prezzi delle materie prime e ha spinto il petrolio oltre i 50 dollari il barile.

Eppure questo boom non è granché percepito in Europa e anche negli Stati Uniti. La crescita dell’economia statunitense è forte, ma appare a tal punto scarsamente «prolifica» di nuovi posti di lavoro, come hanno confermato i dati diffusi venerdi’, da far ritenere che non sia sostenibile nel tempo. La ripresa dell’economia europea è ancora lenta ed incerta.

Insomma, siamo in pieno boom economico, ma pochi se ne sono accorti. Per di più alcuni temono che questo boom sia insostenibile. Il motivo di questo scarto tra percezione e realtà è riconducibile al fatto che questa espansione è trainata solo da due motori: quello americano e quello cinese. Il secondo motivo è che essa coincide con l’affermazione del polo economico asiatico che ha un crescente peso sugli equilibri dell’economia mondiale.

Il terzo motivo è che il boom economico cinese e anche quello indiano stanno facendo lievitare i prezzi di materie prime e prodotti agricoli e quindi stanno trainando le economie dei paesi produttori. Infine, il boom cinese ed indiano è anche il frutto del processo di delocalizzazione di produzioni industriali e ora anche di attività del settore terziario verso i paesi a bassi salari. L’insieme di questi processi non può essere che letto in termini molto positivi: si può a giusta ragione concludere che non stiamo solo vivendo una fase di grande crescita dell’economia mondiale, ma anche un periodo in cui vengono ridotte le differenze di reddito tra paesi di vecchia industrializzazione e alcuni paesi poveri che ora stanno sviluppandosi grazie alle possibilità offerte dall’apertura dei mercati e, quindi, dalla globalizzazione.

Questa lettura, che fotografa la realtà attuale, è difficilmente contestabile. È però legittimo domandarsi se l’attuale boom dell’economia mondiale è sostenibile. La questione non deriva tanto dai tentativi delle autorità di Pechino di frenare il ritmo di crescita dell’economia cinese per evitare i pericoli di surriscaldamento, quanto dalla sostenibilità della crescita dell’economia statunitense.

In pratica, si tratta di capire (ed una risposta conclusiva allo stato attuale è impossibile) se i meccanismi che hanno prodotto questo successo non nascondono le cause per cui uno dei due motori dell’economia mondiale, quello statunitense, è destinato a perdere forza.

I dati americani sulla creazione di nuovi posti di lavoro, nettamente inferiori alle aspettative, accreditano il timore che la scarsa prolificità di nuovi impieghi di questa crescita sia unicamente spiegabile con i processi di delocalizzazione e di outsourcing verso i paesi a bassi salari e attraverso i meccanismi indiretti su prezzi e salari messi in azione dalla competizione internazionale.

Questo processo, d’altro canto, mette anche in dubbio la sostenibilità nel tempo di una crescita che non si basa su un forte aumento dell’occupazione e dei redditi delle famiglie. Ed è questo il timore dei mercati dei capitali.

Infatti essi non temono gli effetti inflazionistici del rialzo del prezzo del petrolio, ma implicitamente prevedono che il rincaro del greggio contribuirà a frenare i consumi che finora sono stati sostenuti dalla crescita dell’indebitamento. Dunque, il mercato del lavoro è il punto focale su cui misurare la sostenibilità della ripresa americana e, quindi, del boom dell’economia mondiale.

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