ECONOMIA USA: OCCHIO AL BEIGE BOOK DELLA FED

6 Agosto 2001, di Redazione Wall Street Italia

I dati macro provenienti dagli Stati Uniti continuano ad essere contrastanti. A fronte di un tasso di disoccupazione stabile al 4.5%, l’indice NAPM del settore non manifatturiero è scivolato pericolosamente sotto quota 50.

Se il tasso di disoccupazione è rimasto invariato, così non è stato per il numero di buste-paga che continuano ad essere “distrutte”. L’apparente contraddizione tra i due indicatori è dovuta al fatto che il primo dato misura tutti i non occupati rispetto alla forza lavoro disponibile, mentre il secondo rileva i nuovi occupati nei soli settori dei servizi e dell’industria. 49.000 sono le buste paga “bruciate” dal comparto manifatturiero, mentre quello dei servizi è riuscito a creare circa 5.000 nuovi posti di lavoro. Sempre in buona salute il settore edile che incrementa di 1.000 unità il numero degli occupati. Buona anche la crescita dei salari medi in progresso dello 0.3% rispetto allo scorso mese.

Mentre i consumi sembrano temporaneamente salvi, le imprese proseguono nella loro lenta agonia. Il temuto effetto contagio, dal settore manifatturiero a quello dei servizi, sta iniziando a dare i primi segnali. Il NAPM non manifatturiero si è infatti portato sotto quota 50, (livello critico al di sotto del quale si parla di contrazione) evidenziando una preoccupante discesa soprattutto nella componente nuovi ordinativi.

Sotto i riflettori questa settimana l’indice di produttività e il Beige Book della Fed.

La tanto blasonata efficienza del sistema produttivo statunitense, misurata dalla produttività del lavoro, ha ceduto il passo negli ultimi mesi. Nel primo trimestre dell’anno, infatti, l’indicatore ha mostrato un saggio di crescita negativo (-1.2% t/t), dovuto essenzialmente all’adeguamento dell’attività produttiva alla debolezza della domanda. Il tasso di produttività non è altro che il rapporto tra la quantità prodotta ed il fattore di produzione impiegato, in questo caso il lavoro. Riducendosi il numeratore e mantenendosi invariato il denominatore, il risultato non poteva che essere una diminuzione del tasso. Grazie ai recenti e numerosi licenziamenti da parte delle imprese statunitensi, l’indicatore dovrebbe tuttavia tornare a segnare saggi di crescita positivi. E’ bene, inoltre, ricordare che proprio la produttività del lavoro è stata più volte citata da Alan Greenspan nei suoi discorsi, adducendola come la determinante della crescita sostenuta in USA degli ultimi anni, senza spinte inflazionistiche.

In concomitanza del dato sulla produttività, viene rilasciato quello sul costo unitario del lavoro, particolarmente significativo per le dinamiche salariali e quindi dei prezzi: l’attesa è per una forte contrazione dell’indice, in seguito ad una flessione dei benefits e delle compensation.

Occhi puntati, inoltre, sul Beige Book. Il report delle FED, che viene pubblicato circa due settimane prima del FOMC, verrà attentamente vagliato al fine di cogliere alcune sottili differenze dal precedente. Quasi certamente si confermeranno le difficoltà dell’industria manifatturiera statunitense, di diversa intensità a seconda dei distretti, mentre sarà particolarmente interessante sondare la dinamica dei consumi. Un eventuale cedimento, dovuto ad un peggioramento della situazione occupazionale nonché dei mercati, potrebbe riflettersi preoccupantemente nel tasso di crescita dell’ultimo trimestre dell’anno. Nessun ragguaglio verrà, comunque, fornito dal report in merito alla prossima mossa della Fed che, crediamo, procederà ad una ulteriore riduzione del costo del denaro di almeno 25 punti base.

Pochi invece, gli eventi significativi in Europa, ad esclusione del dato sul tasso di disoccupazione in Germania per il mese di luglio, sugli ordini alle imprese tedesche di giugno e sulla produzione industriale in Italia per il mese di giugno.

*Stefania Andreotti è un’analista di macro economia di Banca Sella.