ECONOMIA USA: IL GOVERNO DEVE INTERVENIRE SUBITO

24 Settembre 2001, di Redazione Wall Street Italia

Verso la fine del 1997, quando la Corea del Sud si trovo’ improvvisamente in crisi economica, ci fu una grande ondata di patriottismo. Le donne offrirono al governo i propri gioielli d’ oro per aiutare a ricostruire le riserve ormai svanite in valuta estera; milioni di persone ridussero le spese personali, pensando che fosse irresponsabile acquistare per se stessi beni di lusso in un momento in cui il pease era in pericolo.

Naturalmente, questa volonta’ di sacrificarsi per il bene nazionale non fece che peggiorare le cose: il crollo della spesa al consumo fu uno dei fattori che spinse la Corea del Sud in un’ orribile recessione.

Ricordo questo pezzo di storia recente per una ragione ovvia: sebbene la CNN chiami quella in corso “la nuova guerra dell’ America”, almeno fino a ora gli effetti economici dell’ attacco terroristico dell’ 11 settembre assomigliano molto poco a quelli che di solito associamo alla guerra e molto, invece, agli effetti che sperimentammo durante la crisi finanziaria asiatica (del 1998).

Dopo una terribile settimana per i mercati finanziari, e’ sempre piu’ chiaro che gli istinti di solito utili a una nazione sotto attacco – il desiderio di rinunciare a piacere effimeri in onore delle vittime, la sensazione che divertirsi troppo sarebbe di cattivo gusto – stanno in realta’ peggiorando la situazione.

Quindi, qual e’ la soluzione? Sono stati fatti alcuni sforzi per convincere gli americani che fosse loro dovere patriottico spendere denaro. Non penso pero’ che funzionera’: va troppo contro la natura umana, contro il sentimento che la tragedia richiede sacrificio piuttosto che auto-indulgenza.

E la campagna a tappeto che si e’ vista prima che Wall Street riaprisse i battenti, esortando la gente ad acquistare titoli azionari come gesto di fede nell’America, ha gia’ raggiunto l’effetto opposto: tutti coloro che hanno patriotticamente acquistato azioni la scorsa settimana sono rimasti intrappolati in un crollo del mercato che ha spazzato via oltre $1.000 miliardi di ricchezza (2.000 milioni di miliardi di lire), mentre i gestori degli hedge fund che vendono ‘short’ e che non hanno consentito alla sentimentalita’ di frapporsi agli affari, hanno avuto ottimi risultati. Grazie tante.

Questo, quindi, non e’ il tipo di problema che puo’ essere risolto con il volontariato dell’ azione. Sta al governo fare in modo che il dolore e il nervosismo dell’ America non si trasformino in un disastro economico.

Un primo passo consisterebbe in un po’ di retorica realistica. Non accuso l’ amministrazione Bush per aver usato inizialmente il linguaggio della guerra e della vendetta; un pubblico inferocito e addolorato non avrebbe accettato niente di meno. Tuttavia, Bush e i suoi uomini dovranno puntualizzare piu’ fermamente di quanto abbiano gia’ fatto che questa non sara’ una guerra di quelle solite: ci sara’ probabilmente poco impatto sulla vita quotidiana della maggior parte della gente, pochi eventi drammatici e, possibilmente, non una vera catarsi.

Un secondo passo sarebbe accelerare il flusso di spesa del governo verso l’ economia. Una delle lezioni della crisi asiatica, ricordata da Stanley Fischer, di International Monetary Fund, e’ stata che “Keynes e’ vivo e vegeto” – e cioe’ l’ aumento della spesa del governo aiuta l’ economia. E la spesa aggiuntiva che ne risultera’ come conseguenza dell’attacco – $45 miliardi approvati finora, ma molti di piu’ in seguito – eventualmente dara’ all’ economia Usa un aiuto significativo.

Ora, pero’, c’e’ il rischio che “l’ effetto ricchezza” dal crollo del mercato della scorsa settimana, gli effetti avversi del calo dei titoli azionari sulla spesa al consumo, annullino totalmente lo stimolo fiscale. Per favore, diamo subito il via alle spese del governo.

Vero e’ che la scorsa settimana Alan Greenspan ci ha ammonito dicendo che “e’ molto piu’ importante fare le cose giuste che farle velocemente”. Non sono sicuro che cosa intendesse dire, quindi non sono sicuro di essere d’ accordo con lui. Se vuol dire che e’ molto importante non rispondere alla debolezza dell’ economia con un cosidetto pacchetto di stimolo che assicuri un altro round di riduzioni fiscali permanenti, allora sono decisamente d’accordo.

Come ha indicato Greenspan, il rischio per l’ economia e’ che il peggioramento delle prospettive di budget nel lungo termine faccia salire i tassi d’interesse; e cio’ e’ l’ultima cosa di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Per limitare quel rischio suggerirei la regola generale che il Congresso, nel pieno della crisi, non passi alcuna legge che influenzi il budget o la spesa al di la’ del prossimo anno.

In termini di azione immediata, pero’, potrebbe essere piu’ importante che il denaro gia’ predisposto sia speso velocemente, piuttosto che speso bene.

Un pensiero ottimista, per concludere: la recessione della Corea del Sud duro’ meno di un anno; per il 1999 l’economia coreana si era gia’ ripresa velocemente. L’ America dovrebbe essere in grado di fare meglio.

* Paul Krugman e’ professore al Massachussets Institute of Technology.

Questo articolo e’ stato pubblicato per gentile concessione del New York Times.