ECONOMIA: LE DIECI DOMANDE A TREMONTI

20 Settembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Qualche sera fa ho guardato la prima puntata della nuova stagione di Ballarò. Il dibattito è stato a suo modo divertente, ma alla fine anche inconcludente. Ne è nato uno scambio di sms con un amico, col quale ci siamo divertiti a immaginare le domande che ci avrebbe fatto piacere poter porre al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che al di là di ogni ragionevole dubbio ha dominato il dibattito. Solo che nessuno lo ha messo di fronte ai problemi reali del paese, né di fronte ai passaggi più eroici del suo ragionamento. Ecco, quindi, quello che avremmo voluto chiedergli. (Se puo’ interessarti, in borsa si puo’ guadagnare con titoli aggressivi in fase di continuazione del rialzo e difensivi in caso di volatilita’ e calo degli indici, basta accedere alla sezione INSIDER. Se non sei abbonato, fallo ora: costa solo 79 centesimi al giorno, provalo).

1. Signor ministro, Lei sostiene che l’Italia soffre meno di altri paesi. In base a cosa è in grado di affermarlo? Si tratta di un confronto relativo solo all’intervallo di crisi che si è svolto fino a oggi, oppure include anche le differenze nei punti di partenza?

2. Ammesso e non concesso che l’Italia soffra meno degli altri, come spiega il nostro presunto “vantaggio competitivo”? Quali scelte politiche o istituzioni sono responsabili della nostra presunta “tenuta”? In particolare, se si riferisce al sistema bancario, come mai solo pochi mesi prima della recessione – ma dopo lo scoppio della bolla dei subprime – Lei ne aveva criticato i presunti extraprofitti, tanto da volerli punire includendo gli istituti di credito tra le vittime della Robin Hood Tax?

3. Il sistema non ha più bisogno di riforme? Se sì, quali? Se no, in che modo il passaggio della crisi fa venir meno esigenze che erano prima ritenute improrogabili, dalle liberalizzazioni alla riforma fiscale?

4. Se è vero che l’Italia esce meglio dalla crisi, siamo diventati più competitivi? In base a cosa è possibile dirlo? E si tratta di un guadagno di competitività transitorio, oppure ritiene che l’Italia ripartirà davanti agli altri nel momento in cui gli effetti della recessione saranno stati superati?

5. Come si spiega che negli ultimi 15 anni abbiamo accumulato un gap enorme in termini di crescita? Ritiene fosse tutto frutto dell’illusione finanziaria? Se sì, pensa che sia stato meglio non crescere e perdere meno durante la crisi, oppure sarebbe stato meglio creare più ricchezza pur sapendo che almeno una parte sarebbe andata dispersa a causa della recessione?

6. Molti altri paesi stanno utilizzando la crisi come strumento per ristrutturare i loro sistemi economici. Pensa che anche il capitalismo italiano, da Lei più volte aspramente criticato, sia attraversando un simile processo di ristrutturazione? In base a cosa lo può sostenere?

7. Si dice spesso che una crisi è un ottimo momento per effettuare delle riforme. Lei cosa ne pensa? Come mai il governo ha scelto di non intervenire su alcuna delle leve strutturali che, ancora in campagna elettorale, venivano indicate come necessarie per rilanciare lo sviluppo economico? In particolare, pensa che possa essere ancora utile parlare di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, riduzione della pressione fiscale, apertura del mercato del gas, e integrazione dei mercati europei?

8. Prima della crisi, Lei è stato tra quanti hanno sostenuto che la competizione da Est avrebbe prosciugato le risorse dell’Occidente industrializzato. Ne è ancora convinto? Pensa ancora che l’Europa dovrebbe proteggere il suo tessuto industriale dalle importazioni da paesi come l’India e la Cina?

9. Nell’ambito dei dibattiti sulla crisi, Lei ha sempre posto la questione delle regole. Può chiarire quali delle regole attuali ritiene inadeguate e perché, e quali nuove regole ha in mente? Gli errori regolatori del passato dipendono, a Suo avviso, dalla troppa libertà di manovra lasciata ai soggetti privati, oppure dal fatto che inducevano comportamenti sbagliati e dunque distorcevano i segnali che il mercato avrebbe altrimenti mandato?

10. In una recente intervista con Aldo Cazzullo, Lei dice che “la riforma delle riforme è il federalismo fiscale”. Cosa risponde a chi sostiene che l’attuale progetto di federalismo fiscale rischia di produrre un aumento della pressione fiscale? Intende implementare un serio progetto che responsabilizzi le amministrazioni locali, sia dal lato del prelievo che da quello della spesa? In che modo questa intenzione è compatibile con l’abolizione dell’Ici, di fatto l’unico strumento di autofinanziamento dei comuni? E, infine, nella prospettiva di lungo termine del federalismo fiscale, ritiene che se un ente pubblico si troverà sull’orlo della bancarotta dovrà essere lasciato fallire oppure immagina meccanismi di salvaguardia analoghi a quelli attuali, col rischio di lasciare irrisolto il problema dell’azzardo morale?

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