ECONOMIA IN RIPRESA? SIAMO SERI, PER FAVORE

31 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – La corsa al rialzo dei mercati azionari e la crescita del PIL registrata nel secondo trimestre da Germania, Francia e Giappone hanno spinto alcuni a predire che è ormai agli sgoccioli la peggiore recessione dell’economia mondiale di questo dopoguerra. Purtroppo non ha solidi fondamenti l’idea che debbano essere considerati ormai superati i guai provocati dalla crisi finanziaria iniziata nell’estate del 2007 con lo scoppio della bolla formatasi nel mercato immobiliare americano e sfociata in una crisi economica alla fine dell’anno scorso.

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Sono molti i motivi che spingono a non sopravvalutare questi segnali indubbiamente positivi. Innanzitutto, stiamo assistendo ad un rallentamento del ritmo di contrazione dell’economia e non all’avvio di una fase di ripresa.

Infatti i dati riguardanti Francia, Germania e Giappone sono positivi rispetto ai primi tre mesi dell’anno, ma continuano ad essere pesantemente negativi rispetto all’anno precedente. Quindi indicano semplicemente un rallentamento del ritmo di contrazione dell’economia, che era stato molto forte alla fine dell’anno scorso e nei primi mesi di quest’anno. Con un’affermazione sicuramente impropria possono dare l’impressione di una normalizzazione dell’attività economica a bassi livelli. Ma c’è di più. Questo risultato è dovuto essenzialmente a due fattori che non si possono prolungare nel tempo.

Il primo fattore è la ricostituzione delle scorte da parte delle aziende; il secondo è l’effetto degli stimoli fiscali e monetari adottati dai diversi Paesi. In merito basta fare l’esempio del settore automobilistico. I sussidi statali europei ed americani per spingere all’acquisto di automobili nuove hanno posto temporaneamente fine al crollo delle vendite dei mesi precedenti e ovviamente ridato fiato alle case automobilistiche in gravi difficoltà.

L’esperienza storica dimostra però che questi programmi di rottamazione determinano solo un anticipo delle decisioni di acquisto che si traduce in un successivo calo delle vendite di auto. Unicamente in Asia e soprattutto in Cina si sta assistendo ad una risalita dell’economia, di cui sicuramente beneficiano le economie occidentali. Ma anche la ripresa cinese non appare molto solida e in ogni caso la sua economia non ha ancora le dimensioni per fungere da locomitiva in grado di trainare l’Occidente fuori dalle secche della crisi.

Ma c’è di più. Se si escludono gli effetti delle politiche fiscali e monetarie e il processo di ricostituzione delle scorte, non vi sono segnali significativi che sostengono l’ipotesi di una ripresa.

Occorre non dimenticare le cause della crisi: l’eccesso di indebitamento di famiglie ed imprese non solo degli Stati Uniti, ma anche di molti paesi europei, da un canto, e la crisi del sistema finanziario determinata dallo scoppio dei meccanismi della nuova ingegneria finanziaria creati per finanziare questa montagna di debiti, dall’altro. Il processo di riduzione dei debiti delle famiglie richiede tempi che vengono ulteriormenti allungati dal forte aumento della disoccupazione che si sta registrando ovunque. La diminuzione dei debiti delle imprese viene resa ardua dalla contrazione dell’attività economica e dalla difficoltà di accedere a nuovi crediti.

D’altro canto, lo stato di salute del sistema bancario è migliorato solo grazie ai cambiamenti contabili permessi dalle autorità e dalle imponenti iniezioni di liquidità attuate dalle banche centrali. E proprio queste politiche monetarie espansive e l’enorme disponibilità di liquidità spiegano in gran parte l’esuberanza dei mercati finanziari e il ritorno alla grande della speculazione che sta di nuovo infiammando i prezzi delle materie prime e di alcuni prodotti agricoli.

Dunque stiamo assistendo ad una temporanea stabilizzazione dell’attività economica a bassi livelli e non all’inizio della ripresa. Questa situazione di relativa tranquillità non è destinata a prolungarsi a lungo nel tempo. Si può anzi azzardare l’ipotesi che già negli ultimi mesi di quest’anno, a causa dell’ulteriore aumento della disoccupazione, potremmo cominciare ad assistere ad una nuova fase di recrudescenza della crisi.

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