ECONOMIA IN LUTTO E’ MORTO
MILTON FRIEDMAN

16 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Il mondo dell’economia è in lutto. E’ morto Milton Friedman, uno degli economisti più importanti degli ultimi 50 anni. Fondatore della scuola monetarista, si è aggiudicato nel 1976 il premio Nobel per l’Economia. Friedman, che abitava a San Francisco, è deceduto per un colpo d’infarto.

Il pensiero e gli studi di Friedman hanno influenzato alcune importanti teorie economiche, soprattutto in campo monetario. Liberista convinto, è stato definito più volte l’anti-Keynes per il suo rifiuto nei confronti di qualsiasi intervento dello Stato nell’economia e per la sua battaglia convinta in favore del libero mercato e del laissez-faire. Le sue teorie economiche hanno influenzato in modo decisivo le politiche di governo di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Usa. Occorre precisare che Friedman non ha mai rivestito alcun incarico formale in nessun governo.

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I maggiori contributi di Friedman alla teoria economica riguardano gli studi sulla teoria quantitativa della moneta, sulla teoria del consumo e sul ruolo e l’inefficacia della curva di Phillips nel lungo periodo. Autore di molti libri tra cui Capitalismo e Libertà del 1962, Liberi di Scegliere del 1990, scritto a quattro mani con la moglie Rose da cui fu tratta una serie televisiva, e Due Persone Fortunate, Friedman è stato anche un ottimo divulgatore.

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Friedman, un grande che ha diviso

di Oscar Giannino

Da oggi ogni
liberista-libertario è più solo, con la morte di Milton Friedman.
Era l’ultimo grande esponente vivente di quel manipolo
di grandi spiriti liberisti fondatori con Hayek della Mont Pelerin
Society, che nel 1947 seppero vedere lontano puntando sul
fatto che mercato, individuo e libertà avrebbero avuto la meglio
su ciò che allora sembrava votato alla vittoria non solo a
Est, il socialismo. Il suo “Capitalism and Freedom”, del 1962,
equivale solo a “The Road to Serfdom” di Hayek del 1944.

Ma, al contrario, agli occhi degli ortodossi keynesiani e dei socialisti
di tutto il mondo Friedman non sarà affatto rimpianto,
perché gli è toccato essere rappresentato come una sorta di
nume tutelare dei più feroci consiglieri economici dei peggiori
dittatori sudamericani. Quando nel 1956 ristabilì con un fondamentale
paper la teoria quantitativa della moneta, Friedman
però pose le basi di quella che divenne la macroeconomia
neoclassica: e il suo miglior regalo è quello di
averci reinsegnato come la moneta possa e
debba fare per evitare le sue peggiori conseguenze:
governi spendaccioni responsabili
del peggior furto a chi ha poco, l’inflazione.
Non dimentichiamoci che trent’anni fa ne
stavamo morendo, di stagflazione – quella
singolare condizione che per Keynes era impossibile
per definizione. Forse per questo,
Friedman diceva che se fosse stato vivo Keynes
sarebbe stato con lui: perché è sempre
un errore, giudicare i maestri dai loro sedicenti
discepoli.

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Friedman e i pasti gratis

di Domenico Siniscalco

Milton Friedman, uno dei più grandi economisti del secolo scorso, è morto ieri sera, all’età di novantaquattro anni. Nato a Brooklyn da una famiglia ebreo-ungherese, cresciuto accademicamente alla scuola di Chicago, Friedman ha offerto contributi fondamentali nel campo della macroeconomia, della teoria monetaria, della storia economica, della statistica.

Capace di coniugare impegno concreto con analisi sofisticata, precursore nell’uso dei media, vincitore del premio Nobel nel 1976, Friedman ha dato l’avvio alla ripresa del pensiero ortodosso in economia, e al passaggio dal keynesismo al monetarismo. In questo senso ha plasmato quarant’anni di politica economica lungo linee ancora dominanti. Eppure, Friedman è stato molto di più che un economista. La sua attenzione all’individualismo, alla libertà, al laissez-faire ne fa innanzitutto un maestro del pensiero liberale, nella tradizione dei grandi classici, capaci di fondere economia, filosofia e scienza politica.

Per tutti questi motivi pensare alla scomparsa di Milton Friedman genera riconoscenza intellettuale prima ancora che tristezza. E fa riflettere sul fatto che una figura con questi caratteri, nell’Italia del dopoguerra e forse anche di oggi, non sarebbe possibile. Un’economia riflette fedelmente la cultura e il modo d’essere di un Paese. E in un tessuto tradizionalmente suddiviso tra cultura cattolica e pensiero marxista, un grande liberale non avrebbe trovato terreno fertile per le sue idee e le sue raccomandazioni di politica basate su individualismo, merito e libertà economica.

Lo dico senza alcuna polemica, ma con qualche rammarico. Friedman, con una battuta, insegna che non esistono pasti gratis. Da noi, purtroppo, si continua a credere che ciò sia possibile e magari dovuto, secondo la lezione di Ciriaco De Mita che amava dire a proposito di Friedman: «Per poter applicare alla vita reale le sue teorie ci vorrebbero i carri armati».